Il documentario a episodi critica gli errori di investigatori e stampa nel cold case di Natale.
Netflix lo ha fatto di nuovo. Dopo Emanuela Orlandi, Yara Gambirasio e svariati cold case americani, l’ultima docuserie true crime del 2024 riporta sotto i riflettori uno dei casi di cronaca più discussi degli anni ‘90: l’omicidio di JonBenét Ramsey, una reginetta di bellezza di 6 anni.
In tre episodi da 60 minuti ciascuno, la serie — Cold Case: Chi ha ucciso JonBenét Ramsey — è l’anatomia di un delitto irrisolto. Ma anche un trattato su come non fare giornalismo, né tantomeno delle indagini investigative.
Fin dal ritrovamento del corpo, infatti, la polizia ha subito puntato il dito contro i genitori della vittima — John e Patsy — spalleggiati da una stampa senza scrupoli.
Nemmeno quando le analisi scientifiche hanno scagionato i coniugi, la famiglia Ramsey è riuscita purtroppo a salvarsi dalla gogna mediatica.
Ormai era infatti troppo tardi. Gli errori di polizia e media avevano creato una rigida ragnatela di bugie e informazioni parziali: una trappola che ha imprigionato le indagini, impedendo di rendere giustizia al ricordo della giovane vittima.
NETFLIX PALADINA DEGLI ERRORI INVESTIGATIVI E GIORNALISTICI
Il lavoro del regista Joe Berlinger è pungente. Il suo impegno nel mettere in luce gli errori commessi da tutti gli attori coinvolti nel caso Ramsey — polizia, stampa e opinione pubblica — è inoltre ammirevole.
La forza della docuserie sta infatti nel modo in cui analizza la copertura giornalistica sul delitto, offrendo un punto di vista critico del fatto di cronaca.
Una bella rarità nel monotono panorama true crime, dove si susseguono solo racconti superficiali: con poche lezioni e fin troppo troppo scandalo.
Nonostante la sua critica, Berlinger — celebre per Conversations with a Killer — mantiene comunque un approccio imparziale, attenendosi sempre ai fatti. Anche quando, senza troppi peli sulla lingua, critica l’operato della polizia, colpevole di aver commesso molti passi falsi.
Attraverso interviste, immagini d’archivio e opinioni esperte, la docuserie Netflix esplora quindi gli aspetti mediatici del delitto della reginetta di bellezza. E ci lancia un monito: dove finisce il confine del true crime?
L’omicidio di JonBenét Ramsey: il cold case in pillole
È la notte di Natale del 1996. Dopo una cena con alcuni amici, la famiglia Ramsey rientra nella loro villetta a Boulder (Colorado) intorno alle dieci di sera.
John e Patsy, con i figli JonBenét (6 anni) e Burke (9 anni) sono pronti per infilarsi sotto le coperte. Nessuno immagina che, poche ore dopo, la loro vita cambierà per sempre.
Alle 5:30 del mattino del 26 dicembre, infatti, Patsy quando si sveglia fa una inquietante scoperta: trova sul tavolo della cucina una lettera che annuncia il rapimento della figlia.
Venti minuti dopo, la donna chiama il 911: è l’inizio di un incubo senza risveglio.
LA LETTERA: RICHIESTA DI RISCATTO O MESSINSCENA?
«Signor Ramsey, Ascolti bene! Siamo un gruppo di persone che rappresenta una piccola fazione straniera. Rispettiamo il suo lavoro ma non la nazione per cui lo svolge».
Nonostante il tono politico delle prime righe della lettera, il contenuto è scollegato dal profilo del capofamiglia: un ricco imprenditore che sta sbarcando nel “pianeta web”, nulla di più.
Nella docuserie, l’agente dell’FBI Ron Walker ricorda come già le prime parole abbiano quindi destato il sospetto che si trattasse solo di una messinscena. Di chi, non si sa.
Comunque tre elementi suggeriscono questa ipotesi:
- una bozza della lettera viene trovata su un block notes di Patsy in cucina.
- L’importo richiesto (118.000 dollari) è basso per le finanze della famiglia, come nel caso italiano di Milena Sutter. Ed è inoltre strano perché coincide con il bonus natalizio di John.
- La lettera è infine prolissa: un papiro di tre fogli, con un discorso per nulla conciso.
UN LABIRINTO DI SCALE ILLOGICHE VERSO LA CANTINA
Quando la polizia di Boulder arriva all’indirizzo dei Ramsey, fatica ad orientarsi.
Gli agenti si trovano infatti all’interno di una casa complicata, un dedalo di corridoi su oltre 200 m2 di terreno.
All’interno di questo labirinto per ore nessuno trova degli indizi.
Finché, intorno alle 13:00, su richiesta della poliziotta Linda Arndt, John Ramsey e un amico ricontrollano tutta casa. A partire dal seminterrato.
LA SCOPERTA DEL CADAVERE DELLA REGINETTA DI BELLEZZA
Poco dopo John nota nel locale inferiore una valigia fuori posto, proprio sotto una finestra rotta.
Poi, spostandosi nella stanza accanto, l’uomo fa la tragica scoperta: sul pavimento della cantina, JonBenét Ramsey giace a terra, con del nastro adesivo sulla bocca e le mani legate in un nodo strettissimo.
Preso dal panico, il padre della bambina rimuove il nastro e solleva la figlia, inquinando la scena del crimine.
Subito dopo, un agente conferma il decesso della reginetta di bellezza.
COME È STATA UCCISA JONBENÉT RAMSEY?
Il corpo della bambina già a prima vista può raccontare solo una storia alle autorità, quella di un brutale omicidio. Come conferma anche l’autopsia.
Secondo il medico legale, infatti, la morte è avvenuta per la concatenazione di due crudeli azioni, un’asfissia e un trauma cranico:
- una corda, unita al manico di un pennello di Patsy, è stata utilizzata per costruire una garrota, un barbaro strumento di strangolamento, che ha asfissiato la vittima.
- la bambina ha inoltre subito una frattura del cranio con uno strumento ignoto.
Prima del decesso, inoltre, JonBenét è stata torturata e violentata sessualmente, come conferma l’autopsia.
Le indagini del caso Ramsey: gli errori di polizia e media
La morte di JonBenét Ramsey sconvolge la tranquilla città di Boulder e cattura in fretta l’attenzione nazionale.
Fin dall’inizio, il caso si presta infatti ad un’enorme attenzione mediatica: la bambina non è solo una giovane vittima di sei anni, ma anche una reginetta di bellezza uccisa con crudeltà.
Le foto e i video dei concorsi balzano quindi in poco tempo da un canale televisivo all’altro, alimentando un denso dibattito pubblico, che influenza anche le indagini.
L’IPOTESI “SESSUALIZZAZIONE” DIETRO IL SORRISO DA REGINETTA
Dopo essere sopravvissuta ad un tumore, Patsy Ramsey decide di condividere con la figlia una passione comune: i concorsi di bellezza.
Nelle foto, la vittima è sempre molto truccata, vestita come una piccola pin up o una cow girl in erba. Sono solo personaggi che JonBenét interpreta nei concorsi, dice la famiglia.
Tuttavia l’opinione pubblica interpreta l’hobby della bambina come un tentativo di sessualizzarla.
Patsy e John spiegano che in realtà i concorsi di bellezza sono un’attività innocente, simili a dei saggi di danza: eventi spensierati frequentati solo da amici e parenti delle bambine.
Nonostante le spiegazioni, la stampa continua a usare la passione della vittima contro la famiglia, arrivando ad ipotizzare un morboso interesse di John per la figlia.
LA POLIZIOTTA PROTAGONISTA DEL TEATRO MEDIATICO
La poliziotta Linda Arndt diventa un volto noto del caso di cronaca, per delle accuse fatte in televisione alla famiglia Ramsey.
Durante il programma Good Morning America, Arndt dichiara infatti di essersi trovata “faccia a faccia con l’assassino” il giorno della scomparsa della bambina. Chi è quindi questo mostro?
La poliziotta si riferisce a John Ramsey e ai suoi “comportamenti sospetti”, come:
- la pacifica lettura della posta durante le prime ore di indagine. Nel documentario il signor Ramsey ribatte, dichiarando che stava solo guardando se nella posta c’erano altre lettere dei presunti rapitori.
- La sospetta e veloce scoperta del cadavere. John spiega di essere partito dalla cantina, poiché era il punto meno protetto della villetta.
Queste dichiarazioni, per quanto deboli, provengono da una figura autorevole. E, per questo, alimentano i primi sospetti sulla famiglia.
IL DNA SCAGIONA LA FAMIGLIA, LA POLIZIA NO
Il referto scientifico sui campioni raccolti nella scena del crimine (sangue, saliva, fibre) arriva il 15 gennaio 1997.
I risultati rivelano dei profili genetici sconosciuti, che escludono la famiglia della vittima dall’omicidio.
Tuttavia, la polizia decide di non rivelare queste informazione alla stampa. E procede per la sua strada, continuando a concentrare le indagini sui loro unici sospettati: John e Patsy Ramsey.
GLI ERRORI INVESTIGATIVI NEL CASO DI JONBENÉT
L’inesperienza e lo zelo delle autorità creano una pericolosa miscela, che porta la polizia a commettere gravi errori nelle indagini.
Nel 1996 le autorità di Boulder sono infatti inesperte nella gestione di omicidi: la morte della bambina è il primo e l’ultimo omicidio dell’anno. E lo si capisce leggendo le prime mosse delle autorità.
Per esempio, la polizia non esegue le perquisizioni in maniera adeguata — come riporta Il Corriere. Sia prima che dopo la scoperta del corpo della bambina.
Addirittura — come si vede nella docuserie Netflix — casa Ramsey non viene nemmeno sigillata prima della scoperta del cadavere, permettendo alle persone di entrare e uscire dall’abitazione per molte ore.
La fabbrica delle menzogne: come i media hanno costruito e distrutto il caso Ramsey
L’omicidio di JonBenét Ramsey è uno degli esempi più lampanti di come i media possano influenzare l’opinione pubblica e compromettere un’indagine con la diffusione di informazioni false e tendenziose.
La pressione incessante, la fuga di notizie e le teorie infondate hanno infatti trasformato un’indagine in uno spettacolo mediatico, danneggiando la reputazione di una famiglia in cerca di verità. Ma soprattutto impendo di rendere giustizia alla giovane vittima.
Secondo Michael Tracy — docente di media presso l’Università del Colorado — a giocare un ruolo chiave nel caso è stata la “cultura mediatica tossica”, che ha contribuito a creare un’immagine distorta della famiglia: da genitori amorevoli, ad un nemico comune, tanto crudele quanto intrigante.
Insomma, la potenziale famiglia omicida è il piatto perfetto da servire ad un pubblico annoiato.
UNA CONTROLLATA FUGA DI NOTIZIE
I rapporti tra polizia e stampa rappresentano uno degli aspetti più controversi di questo cold case.
Secondo l’ex detective Steve Thomas, la strategia delle forze dell’ordine mirava infatti a mettere sotto pressione la famiglia Ramsey, diffondendo informazioni selezionate attraverso i media. Tutto per alimentare i sospetti sulla loro colpevolezza.
Un esempio emblematico è la mancata divulgazione dei risultati del test del DNA, che avrebbero potuto scagionare la famiglia già un mese dopo il delitto.
Un’altra informazione fuorviante è stata l’ipotesi che l’assassino fosse all’interno della casa, per l’assenza di impronte sulla neve. Tuttavia, il 26 dicembre, nel cortile c’era appena un velo di neve, rendendo questa affermazione ambigua.
IL FINTO PROCESSO AI “GENITORI KILLER”
L’isteria mediatica per l’omicidio di JonBenét Ramsey raggiunge il culmine in televisione, durante un episodio del The Rigaldo Riviera Show.
Durante il programma, viene infatti simulato il processo che la gente chiedeva a gran voce contro i genitori della vittima. Giuria e avvocati compresi.
Alla fine, nella cornice dello schermo televisivo, la giuria fittizia dichiara colpevoli di omicidio i genitori della reginetta di bellezza, contribuendo a danneggiare la reputazione dei Ramsey per sempre.
OMBRE SUL PARADISO: LE ACCUSE DI ABUSI SESSUALI
Tra le tante teorie diffuse dai tabloid scandalistici, una delle più controverse riguarda i presunti abusi sessuali che JonBenét Ramsey avrebbe subito dal padre.
Questa narrativa ha avuto ampia eco, nonostante il pediatra della bambina abbia sempre negato segni di abusi sulla vittima.
Ciò nonostante, perfino la polizia arriva ad alimentare la pista sugli abusi familiari, con mosse calcolate.
Come, per esempio, con l’interrogatorio a Marilyn Van Derbur, una reginetta di bellezza vittima di abusi paterni, che i media poi usano per creare un inquietante parallelismo con il caso Ramsey.
LA TEORIA DA BESTSELLER DELLA POLIZIA
Nel 2000, l’ex ispettore Steve Thomas pubblica un libro sul cold case Ramsey, in cui avanza una teoria presuntuosa: secondo il poliziotto è stata Patsy Ramsey ad uccidere la figlia in uno scatto d’ira, perché la bambina aveva bagnato il letto.
La teoria attira l’attenzione mediatica, ma presenta gravi lacune investigative da parte dello stesso ispettore:
- Thomas non ha mai ordinato agli agenti di controllare se le lenzuola fossero bagnate.
- Le fotografie della scena del crimine mostrano lenzuola asciutte e senza macchie.
- Sulle lenzuola vengono trovati capelli, segno che non erano state cambiate.
- Thomas ipotizza che l’omicidio sia avvenuto in bagno, seguito poi dalla messinscena del rapimento. Tuttavia, l’autopsia dimostra che JonBenét è stata torturata mentre era ancora viva, rendendo questa teoria poco plausibile.
L’OSSESSIONE DIVENTA CONFESSIONE
Oltre ai Ramsey, nel tempo emergono altri nomi significativi:
- Gary Oliva, un senzatetto con precedenti penali, confessa il delitto ma viene scagionato poiché il suo DNA non coincide con quello trovato sulla scena.
- Randall Simons — un fotografo di concorsi di bellezza — viene considerato, ma escluso per l’incompatibilità genetica.
- John Mark Karr, alias “Daxis,” rappresenta la pista più plausibile: nel 2002 confessa il crimine, fornendo anche alcuni dettagli intimi sulla vittima. Tuttavia, anche lui viene scartato a causa del mancato riscontro con il DNA.
Queste piste rivelano un aspetto cruciale del caso Ramsey, presente anche in molti altri fatti di cronaca nera, ovvero l’ossessione per il macabro.
L’enorme attenzione mediatica ha infatti mosso in alcuni individui un tale travolgimento da portarli a confessare il delitto, come nel caso di Oliva e Karr.
L’esperto Michael Tracy crede fermamente in questo potere dei media, che nella docuserie Netflix definisce come una “ossessione che diventa confessione”.
Due rette parallele che si uniscono nell’ingiustizia
La spaccatura tra la polizia e il procuratore distrettuale raggiunge il culmine nella primavera del 1997, quando gli errori commessi durante le indagini diventano evidenti.
Nonostante tutto, il Gran Giurì si riunisce per esaminare il caso e valutare le accuse contro i coniugi Ramsey. Alla fine decide di non procedere, ritenendo le prove insufficienti a superare il ragionevole dubbio.
Tuttavia è solo nel 2008, che l’ufficio del procuratore distrettuale di Boulder annuncia pubblicamente l’uscita della famiglia dai sospetti sul caso. Questa mossa non libera comunque i Ramsey dagli attacchi mediatici.
Infatti, dopo 23 anni, i giornalisti arrivano perfino ad accusare Burke, fratello della vittima, dell’omicidio, durante l’ennesimo macabro spettacolo: uno speciale della CBS in cui si ricostruisce l’omicidio con un bambino di 10 anni.
LA SPERANZA DELLA FAMIGLIA RAMSEY NON MUORE
John Ramsey ribadisce la sua determinazione nella docuserie Netflix: «Non abbiamo ancora mollato. Sappiamo che più oggetti sulla scena del crimine vennero mandati in laboratorio ma non vennero mai esaminati».
Nonostante gli errori del passato, infatti, il caso di JonBenét Ramsey è ancora aperto. Con il riesame del Colorado Bureau of Investigation, c’è una nuova speranza che la verità, rimasta sepolta per oltre due decenni, possa finalmente emergere.
Un ultimo barlume di luce per un caso che è stato oscurato da errori, pregiudizi e crudele sensazionalismo.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 07.12.2024
Cold Case: Chi ha ucciso JonBenét Ramsey. Il trailer della docuserie Netflix
Bugalalla Crime: l’omicidio di JonBenét Ramsey
Crimine. Giustizia. Media. ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER MediaMentor™
Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.



