Donatella Di Pietrantonio (Premio Strega) racconta una storia criminale che è occasione di riflessione sociologica.

«Non eravamo mai stati al centro di nessuna cronaca, figuriamoci la nera». Un piccolo paese abruzzese, incastonato tra montagne e pascoli, diventa all’improvviso il centro d’Italia, quando accade un fatto di sangue, che coinvolge tre ragazze. 

Questo è solo un pezzo del puzzle che compone il libro thriller L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, vincitore del Premio Strega 2024, Einaudi editore. 

Una storia di crescita e sofferenza, che nella realtà prende spunto dal delitto del Morrone, un fatto di cronaca nera nei ricordi dell’autrice.

La scrittrice cambia però nomi, luoghi e destini, per rispetto delle vittime e delle loro famiglie, senza per questo alterare il significato della vicenda.

Il libro raggiunge così un obiettivo importante: riportare alla luce un fatto di cronaca, che invita a riflettere sul significato degli omicidi all’interno di una società.

In questo modo, L’età fragile assume i tratti di un’inaspettata investigazione sociologica, ambientata in un affascinante piccolo paese di montagna, che fa da sfondo alla storia vera e di finzione. 

Infatti, la montagna è una delle protagoniste del romanzo: un luogo sicuro, avvolto dalla pace, in netto contrasto con i paesaggi rumorosi delle città.

Una visione bucolica delle vette abruzzesi, che si staglia tra le righe del libro.

Tuttavia, ad un certo punto, questa immagine paradisiaca della montagna svanisce nel vento di fine estate, quando il sangue macchia i verdi boschi. Da quel momento in poi, ci sarà un prima e un dopo.

UN RACCONTO LUNGO TRE GENERAZIONI

Il romanzo diventa così anche un racconto di crescita, che scivola lungo tre diverse generazioni: un viaggio nella vita e nella psiche di donne costrette a crescere di fronte alla violenza.

Alla fine, la scrittrice ci sbatte in faccia una cruda verità: «Non esiste un’età senza paura». Siamo sempre fragili, ma a volte il mondo ci ferisce di più.

copertina del libro edito Einaudi

L’età fragile. Il romanzo di Donatella Di Pietrantonio

Il romanzo di Donatella Di Pietratontonio — vincitrice nel 2022 di un premio David di Donatello — è uscito nel 2023 per la casa editrice Einaudi, nella collana Supercoralli .

Il libro è diviso in quattro capitoli:

  • Amanda,
  • Le ragazze,
  • Il Dente del Lupo,
  • La fuga,
  • Il concerto.

LA TRAMA DEL ROMANZO

Il libro inizia con la storia di Amanda, una ragazza che torna nel suo piccolo paese d’origine, vicino a Pescara, dopo aver vissuto per breve tempo a Milano, per frequentare l’università. 

Amanda aveva lasciato il paese per sfuggire a quella piccola e al contempo ingombrante realtà.

Tuttavia un trauma personale, intrecciato con quello collettivo del Covid-19, la riporta a casa dalla madre Lucia, prima del previsto.

Dall’altra parte, Lucia ci mette poco a comprendere che nella figlia qualcosa è cambiato: Amanda si è spenta. 

Questo dolore paralizzante risveglia nella madre Lucia i ricordi di un trauma della sua giovinezza, legato a una notte che l’ha trasportata in un attimo nel mondo degli adulti.

Durante un’estate dei primi anni ’90, sotto il Dente del Lupo, un massiccio montuoso, si consumò un delitto terribile. Un evento che colpì da vicino la giovane donna.

Questa dolorosa eredità di famiglia si intreccia così con la storia di Amanda, in un racconto che esplora le cicatrici del passato e le loro ripercussioni sul presente, tra individuo e società. 

La recensione del romanzo

«L’età fragile è la storia di una famiglia sospesa nel segreto del trauma», scrive il saggista Vittorio Ligiardi. «Parole mai dette rinchiuse nel cuore di una montagna d’Abruzzo che è insieme psiche e paesaggio».

Nel libro, in effetti, la montagna rappresenta sia un luogo interiore che un paesaggio di vita.

Questo panorama muta nel corso delle pagine, passando dalla luce al buio, quando, in un paradisiaco ambiente bucolico, la scrittrice inserisce una vicenda di cronaca nera.

Così, nella notte di sangue al centro del romanzo, le verdi faggete estive — le stesse dell’infanzia della scrittrice — si trasformano in ombre maligne. 

E, da quella notte, la luce non tornerà più a risplendere del tutto, né fuori né dentro gli abitanti del paese.

DALLA SCRITTURA AL MESSAGGIO 

Donatella Di Pietrantonio trasmette un messaggio potente attraverso la sua scrittura «scabra, vibratile e profonda», come la descrive l’editore del libro.

In un’epoca in cui il crimine è spesso spettacolo – e in cui le nostre orecchie sono quasi stanche di sentire la parola guerra – la scrittrice con questo romanzo ci riporta infatti alla realtà.

Leggendo L’età fragile ci ricordiamo il vero significato della parola omicidio.

Liberiamo quella parola dagli orpelli televisivi, per riportare un senso di concretezza intorno alla violenza assassina.

Nel libro si passa così dalla sofferenza individuale a quella familiare e, infine, a quella collettiva della società.

Siamo in una una società che, in questo romanzo, perde la purezza della natura vergine, per scoprire la brutalità del bosco e, soprattutto, dell’uomo.

Il paese allora parla, si interroga e si incolpa. Tuttavia lo fa solo per il tempo della televisione, dell’interesse mediatico per il delitto. 

Subito dopo, le persone seppelliscono il trauma, senza utilizzarlo per comprendere e curare loro stesse da quel sangue che ha colpito tutti.

Siamo di fronte a una violenza che potrebbe tornare, sotto la loro montagna, così come sul portone di un palazzo di Milano.

IL CARNEFICE: POSSIBILI SPOILER

Nessun dubbio. L’autore del delitto viene condannato nel libro.

Tuttavia Donatella Di Pietrantonio non rinuncia a indagare sulla figura del colpevole.

Ancora una volta, anche per analizzare il killer, la scrittrice utilizza la metafora del bosco, sfondo della vicenda e simbolo dell’interiorità.

Ecco quindi che il bosco, ritenuto sicuro da tutti, non convince la pubblico ministero Grimaldi, uno dei pochi personaggi estranei al paese. 

In contrasto con la poetica e bucolica retorica della montagna, la magistrata Grimaldi afferma: «Nessun posto è sicuro».

Un bosco può essere, infatti, suggestivo in una giornata di sole, ma può anche trasformarsi in un luogo pieno di ombre, se di notte senti ululare un lupo.

Il lupo, ovvero il carnefice, per la pubblico ministero del libro è un ragazzo che ha perso la strada, «il confine dell’umano»: isolato, in simbiosi con le pecore e continuamente testimone della loro monta.

Il bosco del ragazzo è così ben diverso da quello degli escursionisti in vacanza. È uno spazio spogliato di ogni regola e realtà, in cui lui corre libero.

Così, un giorno di fine estate, una volta adocchiate delle prede nel suo bosco, come ogni lupo, l’assassino di L’età fragile le ha fatte sue.

frase dal libro "L'età fragile"

Il true crime dietro il libro: il delitto del Morrone

Il romanzo L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio richiama un caso di cronaca nera, il delitto del Morrone: è un fatto di sangue che scosse le tranquille montagne abruzzesi nel 1997.

Il 20 agosto di quell’anno, nel bosco di Mandra Castrata, sul monte Morrone, in Abruzzo, tre giovani donne del padovano furono aggredite dal pastore Alì Halivebi Hasani, un immigrato irregolare, macedone, di 23 anni.

Solo Silvia Olivetti uscì viva da quel bosco: sua sorella Diana e Tamara Gobbo morirono sotto le faggete descritte nel romanzo. 

I FATTI DEL DELITTO DEL MORRONE

Quel giorno di metà agosto del 1997, le tre ragazze si trovavano in Abruzzo per un’escursione estiva: una passione che condividevano. 

L’itinerario della giornata prevedeva di raggiungere la cima del monte Morrone, lungo il “sentiero delle signore”: un percorso facile, che però ad un certo punto le disorientò, facendole temere di aver perso la strada. 

Per essere sicure di non perdersi, Silvia, Tamara e Diana chiesero allora delle indicazioni a un giovane pastore incontrato sul sentiero.

Dopo aver chiesto aiuto a distanza, il ragazzo rispose alle tre giovani donne di proseguire verso una certa direzione. 

Subito dopo, però, le ragazze si accorsero che il pastore le stava seguendo. Egli allora si giustificò, dichiarando di volerle proteggere dai cani randagi. 

Tuttavia, all’ingresso del bosco, le vere intenzioni di Hasani divennero chiare.

Il giovane pastore tirò fuori una pistola e iniziò a sparare: i primi proiettili colpirono Silvia Olivetti e Tamara Gobbo.

Tamara morì sul colpo, mentre Silvia venne solo ferita. 

A quel punto, pensando in realtà di averle uccise entrambe, l’uomo aggredì Diana Olivetti, probabilmente con l’intento di violentarla.

Alla fine del massacro, sparò un ultimo colpo mortale a Diana.

LA FUGA E LA TESTIMONIANZA DELLA SOPRAVVISSUTA 

Durante i minuti di violenza di Hasani, Silvia Olivetti era viva: per tutto il tempo la giovane donna aveva fatto finta di essere deceduta, per salvarsi.

Così, nonostante le ferite, ad un certo punto Silvia riuscì a scappare e, dopo ore nel bosco, trovò salvezza nella frazione delle Marane.

Da lì a poco ebbero inizio le indagini, che furono rapide grazie alla testimonianza della giovane sopravvissuta.

Presto fu quindi trovato il colpevole, nei pressi dello stazzo di Capoposto, dove l’assassino viveva da solo e in pessime condizioni igienico-sanitarie.

Halivebi Hasani non tentò di nascondersi, né di eliminare le prove. E alla fine confessò i due omicidi.

IL PROCESSO

Nel gennaio 1999, dopo aver escluso il vizio di mente, la Corte d’Assise dell’Aquila condannò all’ergastolo Halivebi Hasani con queste imputazioni: 

  • duplice omicidio volontario pluriaggravato (di Diana Olivetti e Tamara Gobbo, entrambe di 23 anni);
  • tentato omicidio (di Silvia Olivetti, 21 anni);
  • tentata violenza sessuale (a danno di Diana);
  • porto e detenzione abusiva di armi

L’ESTRADIZIONE

Nel 2005, dopo otto anni trascorsi nel carcere di massima sicurezza di Sulmona, fu approvata la richiesta di estradizione in Macedonia per Halivebi Hasani.

Nonostante l’estradizione, secondo Il Mattino di Padova, le possibilità di sconti di pena per l’assassino del Morrone sono minime: infatti, il sistema giuridico macedone prevede il carcere a vita.

Carcere - strage di detenuti - podcast Tredici - Il Post - Photo Denny-Muller-uWYedErgXgU-Unsplash

Lettura sociologica dei casi di cronaca nera

Gli omicidi possono essere osservati attraverso una lente sociologica, approfondendone cause, dinamiche e conseguenze all’interno di una società. 

Questo approccio va quindi oltre le spiegazioni giornalistiche, investigative o psicologiche. E si concentra su fattori sociali: culturali, economici o politici.

Anche il delitto del Morrone può essere letto da un punto vista sociologico, considerando diversi fattori come l’immigrazione, la violenza di genere o la marginalizzazione sociale.

Nel caso del Morrone, così come in altre vicende, questo approccio sociologico non solo aiuta a comprendere meglio le cause profonde del crimine. Aiuta anche a sviluppare strategie di prevenzione e intervento più efficaci. 

È importante specificare come questo approccio sociale non voglia in alcun modo giustificare i colpevoli, ma solo comprendere le possibili cause sociali alla base di un delitto.

Vediamo allora un breve approfondimento di come la sociologia può aiutarci a leggere il caso del Morrone.

MARGINALIZZAZIONE SOCIALE: IL CASO DEL MORRONE 

Halivebi Hasani viveva in condizioni di grave isolamento sociale. Conduceva un’esistenza da immigrato irregolare, aggravata dalla professione di pastore nelle isolate montagne abruzzesi.

Sappiamo che la mancanza di integrazione e l’isolamento possono compromettere la salute psicologica delle persone, come dimostrato dalla pandemia di Covid-19, presente anche nel romanzo L’età fragile. 

Secondo gli esperti, un’esistenza così reclusa non può che generare sentimenti di frustrazione, alienazione o disperazione.

Dall’altra parte, però, in questa ferita sociale a volte può accadere l’impensabile: il comportamento violento, anche estremo.

IMMIGRAZIONE: IL CASO DEL MORRONE 

Negli anni ’90, la presenza di cittadini immigrati irregolari nella regione della Maiella, come riporta la Repubblica, delineava un probabile quadro sociale problematico.

In situazioni simili, anche oggi, i migranti affrontano infatti spesso ostacoli significativi nel trovare lavoro, alloggio e accettazione sociale.

Inoltre, la situazione può peggiorare quando l’ambiente non offre le condizioni giuste, come reali e sufficienti opportunità di lavoro per tutti. E, ancor peggio, quando esiste una diffusa ideologia razzista.

Una delle conseguenze di questa situazione sociale è spesso un aumento della tensione da entrambe le parti — persone immigrate e autoctoni — con esiti anche gravi. Gli esempi purtroppo non mancano.

TRAUMA INDIVIDUALE E SOCIALE: IL CASO DEL MORRONE

Come ogni altro delitto, la morte di Diana Olivetti e Tamara Goppo ha causato un dolore immenso nelle famiglie, a cui si aggiunge il trauma di Silvia Olivetti, la sopravvissuta. 

Allo stesso tempo, però, la comunità locale abruzzese, così chiusa e incontaminata, potrebbe aver sperimentato un trauma collettivo, dovuto all’insicurezza, alla perdita di fiducia e all’impotenza.

Insomma, assistiamo alla scomparsa della serenità agreste, che Donatella Di Pietrantonio ha cercato di indagare nella finzione letteraria.

frase sul libro "L'età fragile di Vittorio Lingiardi.

Un true crime sociologico: considerazioni finali su L’età fragile

Accanto a questi temi sociali, se ne potrebbero aggiungere altri, come l’evidente violenza di genere presente nel caso del Morrone. Oppure il sensazionalismo mediatico.

I lettori del romanzo L’età fragile non mancheranno di riconoscere in questi aspetti molti dei temi trattati da Donatella Di Pietrantonio. 

Paragonabile a una moderna Marcel Proust, la scrittrice esplora in L’età fragile una realtà simile a quella della sua infanzia, indagandone le dinamiche sociali e individuali.

In questo suo studio sociologico e psicologico, Di Pietrantonio torna ad un certo punto indietro nel tempo, inserendo l’elemento di disordine, la tragedia di sangue.

Si tratta di un elemento — il caso di cronaca nera — che rappresenta nel libro un trauma individuale e collettivo, in quel piccolo paese abruzzese.

Dalla sua finestra nel tempo, l’autrice osserva in questo modo gli abitanti della montagna: un gregge che si mescola sotto le ombre delle faggete, per trovare un nuovo ordine, dopo aver appreso la fragilità della vita.

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 29.06.2024

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