Il caso di Amanda Knox è emblematico di come si possa essere giudicati per come siamo visti, non per quanto davvero abbiamo fatto.

La figura femminile nel mondo del crimine è un argomento interessante quando sin riflessa sulla Psicologia Investigativa e sul ruolo dei media nel rappresentare la cronaca nera e giudiziaria.

Prendiamo il caso di Amanda Knox, vittima dello spettacolo giudiziario e messa alla gogna dai media.

La figura di questa ragazza, oramai donna, che è Amanda Know, è rimasta impressa nella memoria a seguito del delitto di Perugia avvenuto nel 2007, con l’uccisione di Meredith Kercher.

La vicenda è nota anche per il risalto internazionale. Amanda Knox ventenne, americana, bianca e bionda. La vittima inglese, giovane e bianca. E il processo italiano.

I mass media, durante le lunghe fasi processuali, creano una sorta di tifoseria: per l’Italia è colpevole; per gli Usa è invece innocente, un’eroina.

Qui possiamo notare il ruolo dei media nel rappresentare il crimine e la giustizia.

All’epoca Amanda Knox è diventata famosa come Foxy Knoxy, soprannome datole dai suoi compagni di squadra di calcio quando aveva 13 anni.

Ma è stato un giornalista del Daily Mail ad affibbiarle ancora il soprannome Foxy Knoxy quando lo ha trovato sul suo profilo MySpace. Nomignolo dal quale non si è ancora liberata.

Sessismo: il caso di Amanda Knox

Il caso viene da subito sessualizzato poiché sembrava emergere dalle indagini che la morte di Meredith Kercher fosse il risultato di un gioco sessuale finito male.

Il caso diviene “amanda-centrico”: lei, giovane carina americana, è da subito raffigurata come una ninfomane depravata che ha ucciso la sua coinquilina durante un gioco sessuale.

Come la criminologia femminista insegna, per le donne imputate o che commettono reati gravi, le costruzioni della sessualità deviante sono quasi scontate.

Quindi la natura sessuale dell’omicidio di Meredith Kercher ha fatto si che i giornalisti evidenziassero il comportamento sessuale della Knox.

Il passaggio dal concetto di “deviante” a colpevole – si sa – è veloce e ben consolidato dal sentire comune e dagli stereotipi, specie di genere.

Lo abbiamo visto anche nel caso di Lorenzo Bozano, in occasione della sparizione e morte di Milena Sutter (Genova, maggio 1971): una sessualizzazione del sospettato. E da qui la certezza della sua colpevolezza sommata a una sua, mai dimostrata, devianza sessuale.

Amanda Knox viene da subito presentata come una “volpe”, astuta, poco femminile, fredda.

È vista non come una studentessa universitaria, ma viene letta attraverso l’aspetto fisico, da femme fatale; attraverso la sua sessualità, nonché come persona dedita alla droga e all’alcol.

La giovane donna Amanda Knox non è stata insomma rappresentata come un’imputata che poteva, o meno, essere coinvolta nell’omicidio della sua coinquilina Meredith.

Nei suoi confronti sono state fatte scelte lessicali, dai mass media, nelle aule della giustizia, che l’hanno costruita come una donna cattiva.

Non è accaduta la stessa cosa – o comunque con minor accanimento – per gli imputati di sesso maschile, ad esempio con Raffaele Sollecito.

Ancor oggi la sua fama di foxy (volpe) precede Amanda Knox in molti ambiti.

Vuoi anche perché dalla vicenda la Knox ha tratto un “lavoro”, ovvero ha scelto di continuare a parlare della sua vicenda: scrive libri, realizza podcast nonché partecipa a trasmissioni.

Tutto questo non le viene perdonato; e viene accusata di essere un’avida approfittatrice, appunto foxy!

Gli haters si sono così scatenati contro di lei dopo che ha scritto sui social che aveva perso un figlio.

Insomma, malgrado la sentenza definitiva di assoluzione sua e di Raffaele Sollecito, e la condanna di Rudy Guede, lei viene ancora ritenuta colpevole tanto che gli odiatori su Internet le augurano la morte.

Amanda Knox è una buona imprenditrice di se stessa. Tuttavia, c’è da chiedersi perché questo dia fastidio; cosa questo cosa abbia a che fare con il perseverare dell’idea di una sua colpevolezza; e addirittura della “certezza” mediatica che lei non sia estranea ai fatti.

Amanda Knox: 'I did not kill my friend'

Donne, delitti e stereotipi dei media

Le autrici di reato, o presunte tali, che non rientrano nelle solite categorie stereotipate di donne assassine vengono perseguitate dai media.

Ancor più se non sono ritenute colpevoli da una qualche Corte d’Assise. Un caso famoso è quello di Annamaria Franzoni, che si è sempre dichiarata estranea alla morte del figlioletto.

Non entro nel merito del caso giudiziario di Amanda Knox o di Annamaria Franzoni.

Voglio però riflettere sugli stereotipi che imbrigliano le donne, .

Non solo per le aspettative sul comportamento-reato rispetto al genere a cui appartiene la persona accusata; ma anche rispetto alle aspettative sul ruolo sociale e culturale, anche determinato dallo status dell’autore o autrice di reato.

Questo lo abbiamo visto nella descrizione di Amanda Knox, l’americana, che è vista come fredda, trasgressiva, libertina, disinibita, manipolatrice, falsa, ladra.

Siamo di fronte a una caccia alle streghe: bianche, bionde ed americane. A caccia di ogni particolare della sua vita, irrilevante al caso giudiziario, ma indicativo della sua colpevolezza per il pubblico.

Vediamo alcuni giudizi espressi attraverso i media.

“Le lunghe indagini ufficiali e non sulla psicologia e le abitudini degli accusati dell’omicidio di Meredith – la sua coinquilina americana Amanda Knox, pronta a divertirsi, e il di lei fidanzato italiano dell’epoca, Raffaele Sollecito  –   hanno fatto emergere una cultura spietata di sesso, droga, e alcool, una doccia fredda per i genitori, che troppo tardi ne sono venuti a conoscenza”, scrive Tina Brown su Repubblica, il 29 marzo 2010

“Solo l’orribile morte di Meredith ha fatto luce sulle frequentazioni delle due ragazze, che non promettevano solo guai, ma, nel caso di Amanda, la discesa all’inferno”, prosegue l’articolo di Repubblica.

Chi era Amanda Knox? Una brava studentessa di Seattle dal viso pulito, l’immagine universale della ragazza americana – attraente, atletica, sveglia, gran lavoratrice, avventurosa, amante delle lingue e dei viaggi? Oppure il suo bel faccino era una maschera, una copertura per un animo depravato?“, si chiede la giornalista su Repubblica.

“Anche se tutte le prove sembrano indicare con forza la sua colpevolezza, resta l’interrogativo del perché e come Amanda abbia potuto, apparentemente senza un movente, aver collaborato a sgozzare la sua compagna di stanza con l’aiuto del suo fidanzato e di uno squallido spacciatore – per poi mentire ripetutamente sull’accaduto di quella terribile notte d’autunno?”, continua l’articolo di Repubblica.

“Questi punti di domanda hanno ossessionato tutte le persone coinvolte in questo caso, dai legali ai giornalisti, al pubblico che ha affollato l’aula del tribunale di Perugia per assistere al processo. Per i pubblici ministeri italiani e i tabloid britannici Amanda era una strega schiava della droga e del sesso“, scrive ancora Repubblica.

Per la famiglia della giovane e per i suoi paladini sulla stampa americana”, continua l’articolo, Amanda Knox “era una studentessa per bene incastrata da un pubblico ministero aggressivo e incompetente o, al massimo, traviata da un fidanzato italiano scapestrato e dallo spacciatore Rudy Guede, fuggito in Germania subito dopo il delitto”.

Le assunzioni mediatiche le si ritrovano poi nelle letture delle sentenze dove il moralismo e il paternalismo nei suoi confronti è evidente.

Bugie, donne e sospetti di colpevolezza

Le contraddizioni di Amanda Knox, le sue “bugie” diventano indicatrici di colpevolezza, di certezza della sua colpa, indicatrici di personalità “colpevole”.

In più, Amanda Knox non corrisponde all’immagine rassicurante della donna che, redenta dopo l’accusa e il carcere, si ritira in buon ordine e sparisce dai media.

La Knox Incarna invece lo stereotipo maschile del successo e del guadagno. Ecco quindi la condanna continua poiché non aderisce allo stereotipo della femminilità.

Così si conclude l’articolo di Repubblica: “La Nadeau ci mostra che Amanda Knox è sì il prototipo della ragazza americana del ventunesimo secolo – diligente studentessa con obiettivi e passioni – ma anche una giovane donna in cerca di emozioni forti“.

E infine l’articolo dice di Amanda Knoxc “che ama il sesso e la droga e che, nell’ambiente sbagliato assieme alle persone sbagliate, fa emergere un lato oscuro che la travolge e la sprofonda nell’abisso. In breve, il peggior incubo di ogni genitore”.

Certo che magari Amanda Knox sta antipatica anche alla Corte d’Assise, al processo, poiché risponde in modo inadeguato all’autorità, quasi da anarcoide (come dice il pubblico ministero Mignini in un’intervista) “l’americana”.

Ben sappiamo che quando si sta antipatici al pubblico, il rischio di condanna è alto, sia per maschio  che per femmine.

Interessante nella sentenza di condanna, sentenza basata su indizi, leggere che la colpevolezza di Amanda era anche stata legata al fatto  che il cadavere della vittima era stato coperto dal piumone, .

Questo elemento sarebbe un indizio che conduce a una donna, cioè rimanda allo stereotipo di una donna compassionevole che copre un corpo violato, quasi ultimo gesto di cura.

Vediamo anche qui il ritorno dello stereotipo, narrazioni giudiziarie basate su modelli preesistenti di cultura della devianza.

What Amanda Knox left out of her book

Stereotipi di genere e narrazioni giudiziarie

Siamo di fronte a narrazioni che si basano su stereotipi di genere.

Si tratta di storie radicate nella nostra cultura e che anche noi conosciamo. Storie che caratterizzano il sistema giudiziario; le quali spesso vanno a condizionare gli esiti dei processi.

Queste storie stabiliscono che cosa dovrebbe essere per tradizione maschile e femminile. Fanno parte di molte culture ed ecco perché persistono anche quando la donna viene scagionata.

Un appunto importante da farsi è sugli anni nei quali avviene in caso: 2007 e successivi.

Sono anni interessanti per la cultura italiana all’epoca caratterizzata da ansia e rifiuto per gli aspetti nuovi della femminilità delle giovani donne, nella fase culturale post-femminista.

Lo si vede soprattutto attraverso l’interazione dei media e del sistema legale; e del conservatorismo religioso e moralistico.

Non si era pronti, come non lo si è ancora oggi, a inserire la figura della “donna che uccide” – o che è imputata in reati di sangue – all’interno di forme normative; anziché dentro forme sanzionatorie e moraleggianti di certa femminilità e certa sessualità femminile.

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La “normalità” femminile come costruzione sociale

Nel documentario di Netflix sul caso di Perugia, oltre alle interviste di Knox e Sollecito, il procuratore capo, Giuliano Mignini, fa un’affermazione su cui riflettere.

Il magistrato Mignini dice che, siccome la ventenne Knox aveva diversi partner sessuali, non è difficile immaginare che sia lei ad aver ideato l’orgia con omicidio di Kercher, insieme a due uomini che aveva incontrato di recente. 

Le motivazioni inoltre della sentenza di condanna di Amanda Knox, che sarà poi scagionata nell’ultimo grado di giudizio – tendono a dare l’idea di una disinibizione sessuale della Knox.

Ben si sa che una donna poco seria, moralmente discutibile, viene considerata di certo in grado di commettere molti reati, anche un omicidio. 

Ecco che per accettare l’idea che una donna possa commettere un omicidio, ovvero che rompa la concezione sociale del femminile, deve essere o malata, o folle oppure… foxy (volpe, furbastra).

Di Amanda Knox vengono poi notate reazioni che non sono considerate “normali”: è stata vista baciare Sollecito vicino alla casa del delitto, fa la ruota e la spaccata quando accompagna Sollecito in Questur.

La Knox rimane fredda e imperturbabile alla notizia della morte della coinquilina. Non sembra abbastanza sconvolta, non chiede informazioni su cosa e come è accaduto.

Molto spesso l’opinione pubblica è rimasta scioccata dalla “femminilità trasgressiva”.

Accade che molti casi diventino un simbolo di ciò, con una visione della sessualità delle donne che commettono atti criminosi (o che ne sono vittime) intesa quasi come causa del male.

Vi è una lettura etico-morale del fatto criminale sia nelle aule di giustizia che nei mass media.

L’esempio è quello appunto di Amanda Knox e di Meredith Kercher, giovani donne, straniere. Proprio perché giovani, la loro sessualità “promiscua” è vista in modo “diverso”; e considerata causa di quanto di delittuoso accade.

Anni fa un giornalista della Cnn ha chiesto con disinvoltura ad Amanda Knox se fosse una “deviata sessuale”. E una compagnia porno californiana le ha offerto 20 mila dollari per recitare in un film di sesso.

Amanda Knox: 'I was not strapping on leather'

Distinguere fra “deviazione sessuale” e l’essere criminali

In realtà gli imputati non dovrebbero essere processati per le loro vite, i loro interessi e la loro sessualità, specie quando non si riferiscono al crimine.

Occorre tracciare un distinguo tra “deviazione sessuale” e criminale capace di uccidere.  

Durante le varie udienze del 2011 la Knox è stata definita una “strega incantevole”, una sorta di diavolessa e altre similitudini dall’avvocato della controparte, Carlo Pacelli.

L’avvocato difensore della Knox, Giulia Bongiorno, ha detto nella sua discussione conclusiva, che Amanda Knox è più simile a Jessica Rabbit, il personaggio dei cartoni animati del film Chi ha incastrato Roger Rabbit, .

In apparenza è una mangiatrice di uomini, ma in realtà è una donna innamorata. Non è una “cattiva”, Amanda Knox, ma è solo “disegnata come cattiva”, fa notare l’avvocato Bongiorno di Amanda Knox.

Amanda Knox torna in Italia nel 2019 invitata al Festival della giustizia penale a Modena, sul tema “Trial by Media”.

In quella occasione, Amanda Knox così sintetizza ciò che ha passato: “Sulla scena mondiale non ero un’imputata, innocente fino a prova contraria. Ero una furba psicopatica, una puttana sporca e drogata, colpevole fino a prova contraria”.

“Era una storia falsa e infondata, che accendeva l’immaginazione della gente perché alimentava paure e fantasie”, osserva la Knox nel suo intervento. 

Il sessismo e l’eterno giudizio su Amanda Knox

Amanda Knox è una donna che continua ad essere giudicata – non solo dai tribunali, ma dai mass media e dal pubblico che le sono ostili – con l’ottica di chi  considera la sessualità femminile una vergogna.

La giovane americana – per anni imputata del delitto di Meredith Kercher – ha subito, e continua a subire, un trattamento sessista da parte dei media.

Amanda Knox si trova così a condividere una situazione in cui tutte le donne – ma anche gli uomini, se visti sotto una certa luce – possono ritrovarsi.

Essere giudicati colpevoli non sulla base di dati di fatto, ma di letture stereotipate, di visioni sessiste, di pregiudizi su presunte devianze, è un qualcosa che riguarda tutti noi.

Laura Baccaro
www.laurabaccaro.it

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