Su Netflix la storia della lotta contro i pregiudizi e per la verità su un caso giudiziario controverso.

Cosa succede a chi è stato condannato per un omicidio? ed esce di carcere, grazie alla buona condotta, qualche tempo prima di aver scontato la pena? Come sarà accettato (o rifiutato) dalla società?

A questo e ad altri interrogativi cerca di rispondere, non sempre riuscendovi per la verità, il film The Unforgivable, disponibile su Netflix. Già il titolo ci dice che non ottiene perdono colui (o colei) che, secondo la giustizia, ha sbagliato.

Vediamo la storia che sta alla base di questo film crime. Un film, con Sandra Bullock, criticato dagli esperti; ma che merita di essere visto, non fosse altro che per gli argomenti che ci pone davanti come pugni nello stomaco.

LA TRAMA DEL FILM

Ruth Slater (interpretata da Sandra Bullock) esce di prigione per buona condotta, dopo la condanna a vent’anni di carcere per avere ucciso uno sceriffo.

L’omicidio è avvenuto nel tentativo di difendere la sua casa da uno sfratto che avrebbe pregiudicato l’affidamento di sua sorella minore Katherine (Katie), che all’epoca aveva solo cinque anni.

Dal giorno dell’arresto, Ruth non ha più avuto contatti con la sorella. Katie è stata adottata, è cresciuta ed è diventata una brava pianista.

Fuori di prigione, Ruth ha vita difficile. Nonostante la sua bravura nel lavoro di falegname, la società la considera un’assassina. È così costretta a lavorare in una pescheria dove la sua condizione di detenuta le si riversa contro con tutti i pregiudizi del caso.

Sembra impossibile per una ex carcerata ottenere un lavoro decente e un po’ di pace. Ancor più difficile è provare a riallacciare i rapporti con sua sorella Katie, dato che i genitori adottivi fanno di tutto per ostacolarla.

Ruth è insomma The Unforgivable. Ovvero una persona che non merita alcun perdono, che è impossibile poter perdonare. E già qui abbiamo una precisa presa di posizione contro gli stereotipi che ci stritolano.

“Nulla è impossibile nella vita”, sosteneva mio padre Walter, con la sua intelligenza di artigiano. “L’unico limite è che noi, maschi, non possiamo partorire”. E aveva una sua buona parte di ragione.

Il film The Unforgivable è basato sulla serie televisiva britannica Unforgiven scritta da Sally Wainwright, diretta da David Evans e trasmessa per la prima volta nel gennaio 2009.

LA SERIE TV BRITANNICA UNFORGIVEN

La serie tv Unforgiven segue Ruth Slater (interpretata da Suranne Jones), una donna giudicata colpevole di aver ucciso due agenti di polizia quando era un’adolescente.

Dopo il rilascio dal carcere, Ruth è determinata a ritrovare sua sorella, che è stata adottata poco dopo l’omicidio dei due poliziotti.

La serie è ambientata nello Yorkshire, nel villaggio di Boothtown ad Halifax. Ha avuto una media di 7 milioni di spettatori. Ha vinto il premio per la migliore serie drammatica agli RTS Program Awards 2009.

Il film The Unforgivable è invece diretto dalla regista tedesca Nora Fingscheidt, al suo secondo lungometraggio, dopo il debutto alla regia con la pluripremiata opera System Crasher del 2019.

La sceneggiatura del film vede come autori Peter Craig (The Batman), Hillary Seitz (Insomnia) e Courtenay Miles (Mindhunter).

Si basa, quindi, sul lavoro di sceneggiatori collaudati, anchese  il lavoro di scrittura del film non convince fino in fondo; e non rende onore al tema di fondo diThe Unforgivable.

Non abbiamo, insomma, una resa cinematografica all’altezza del tema del perdono e del riscatto per chi ha sbagliato. Un tema che diventa ancor più urgente quando chi sbaglia – sotto il profilo giudiziario – non è davvero l’assassino che tutti credono.

Film The Unforgivable - la protagonista Sandra Bullock arrestata per omicidio - in una scena del film 1 - magazine ilbiondino.org
L’arresto della protagonista Ruth Slater, in un flashback del film “The Unforgivable”

The Unforgivable, un film sul pregiudizio verso i condannati

Il film The Unforgivable è la storia sbagliata di una donna nella morsa di un destino ingiusto.

È la dimostrazione di come il pregiudizio possa distruggere una persona anche quando ha scontato la sua pena. Una pena a cui è stata condannata dopo un processo che – a quanto scopriamo alla fine – non ha fatto giustizia. Ma ha trovato soltanto un capro espiatorio.

Come scrive Damiano Panattoni sul magazine The HotCorn, il film diretto da Nora Fingscheidt “si sofferma appunto sul concetto di redenzione, di perdono, di accettazione. Il tutto caricato sopra le spalle e lo sguardo livido di un’ottima Sandra Bullock, che gioca sulla sottrazione, sui silenzi, sugli scatti fisici e psichici di una donna tormentata e sconfitta”.

Scrive Luca Filidei sul magazine online L’occhio del cineasta: “Il film è apprezzabile proprio per la capacità di definire un nuovo tema del genere, più incline all’introspezione psicologica e all’arduo inserimento in una società che spesso rifiuta, allontanando (anche istintivamente) ciò che non conosce”.

Così si conclude l’articolo, dopo aver sottolineato la riuscita interpretazione di Sandra Bullock: “Perché sì, anche una persona reclusa per 20 anni può ancora dimostrare di avere delle emozioni. E forse tentare in questo modo di avviarsi verso quella personale (e importantissima) redenzione che nessuna condanna potrà mai conferire“.

Negativo è invece il giudizio che del film – e di come vengono trattate sia la protagonista che la sua condizione di persona stigmatizzata – dà la critica cinematografica Gaia Franco sul magazine CiakClub: “Il nobile messaggio che il film voleva trasmettere è l’importanza dell’ascolto e del perdono anche verso una persona colpevole, che una volta scontata la propria pena ha diritto di essere reintegrata nella società”.

“Tuttavia questo messaggio passa con fin troppi limiti”, prosegue la recensione di CiakClub. “Ruth va perdonata non perché ha già pagato per il suo crimine secondo la legge, ma per una serie particolare di circostanze che la rendono praticamente innocente. Il messaggio originale così molto indebolito“.

Concordo sul fatto che lo stile e le soluzioni narrative del genere thriller offuschino le ottime ragioni per comprendere la complessa storia della protagonista Ruth.

Manca, insomma, nel film la sollecitazione a riflettere su come la giustizia – e le narrazioni dei giornali – prendano strade che talvolta non conducono alla verità sostanziale dei fatti; e ancor meno ci consentono, come cittadini, di formarci un’opinione fondata e scevra da pregiudizi sui protagonisti di certi fatti di cronaca nera.

Film The Unforgivable - i genitori adottivi della sorella della protagonista - magazine ilbiondino.org
I genitori adottivi di Katherine, sorella della protagonista, durante l’incontro con Ruth Slater

L’analisi del film con Sandra Bullock

Quando decido di analizzare un film è perché so di poter fare tesoro di quanto mi ha insegnato la lunga ricerca – non ancora finita – sulla vicenda di Lorenzo Bozano (Genova, maggio 1971, con il presunto sequestro e presunto omicidio di Milena Sutter).

Il primo pensiero che mi è venuto in mente, nel vedere la protagonista Ruth uscire di carcere – in anticipo rispetto al suo fine pena – è la citazione di una famosa frase di Dale Carnegie: “Non criticare, non giudicare, non recriminare”.

Che diritto abbiamo, noi cittadini, di emettere giudizi e sentenze su persone condannate al carcere? Non abbiamo studiato il caso che le riguarda. Non abbiamo svolto indagini indipendenti. Non sappiamo come sia maturato il giudizio penale definitivo.

Ci limitiamo a prendere per vero e sicuro (e oltre ogni ragionevole dubbio) quanto i giudici hanno deciso. Le sentenze vanno rispettate, certo nella loro formalità. Ma questo non le rende verità storica; né verità sostanziale; e neppure le rendi esenti da critica.

Come diceva poi la mia nonna materna, Elda, nella sua saggezza di titolare dell’osteria con cucina dove sono nato: “Sappiamo dove siamo nati. Ma non sappiamo dove moriremo. Come possiamo, allora, meravigliarci di ciò che accade agli altri come se non potesse mai accadere a noi?”.

Nel film The Unforgivable, Ruth Slater – che Sandra Bullock rende in modo autentico – subisce il pregiudizio che sono soliti subire i detenuti per taluni gravi reati.

Quel pregiudizio e quella condanna sociale, invece, non li subiscono gli autori – almeno in Italia – di gravi reati contro il patrimonio; di truffe finanziarie che rovinano le imprese; di evasioni fiscali che depredano un’intera comunità.

Tant’è che un (cosiddetto) “extracomunitario” che ruba qualche centinaio di euro è considerato da giudici e cittadini un delinquente della peggior specie.

Mentre il contabile che sottrae centinaia di migliaia di euro all’azienda, l’imprenditore che evade decine di migliaia di euro di imposte o il finanziere che fotte e rovina famiglie… quelli non sono considerati pericolosi delinquenti. Quelli sono soltanto cittadini che sbagliano. O sono considerati addirittura dei furbi.

L’ORGOGLIO DEL CONDANNATO

L’atteggiamento autistico, chiuso al mondo, della protagonista Ruth Slater – nel film con Sandra Bullock – mi ha ricordato Lorenzo Bozano: il mutismo, il chiudersi in se stessi, la barriera verso gli altri sono interpretati come supponenza, come arroganza; e come prova di una colpa.

Siamo così incapaci di empatia verso una persona che esce di galera, da rifiutarci di comprenderne la comunicazione.

Se una persona è stata condannata – questo è il primo pensiero – vuol dire che è colpevole. E merita la gogna, merita di soffrire, merita l’esclusione dalla comunità.

Il principio di autorità – quella della polizia, della magistratura, dei giornali – ha la meglio sul nostro senso critico. Annulliamo la nostra autonomia di giudizio. Rinunciano ad essere persone indipendenti nel riflettere su quanto la vita riserva.

Eppure, il lockdown causato dalla pandemia da Covid-19 dovrebbe averci insegnato che possiamo finire – da innocenti – agli arresti domiciliari. E che la privazione della libertà, anche quella di dover restare in una casa più confortevole di una galera, è un qualche cosa di tremendo.

Film The Unforgivable - l'avvocato della protagonista nella casa del delitto - magazine ilbiondino.org
John Ingram, l’avvocato a cui si rivolge la protagonista Ruth Slater per rivedere la sorella

AVVOCATI E INCAPACITÀ DI COMUNICARE

Un’altra riflessione che mi ha suscitato il film con Sandra Bullock è l’incapacità di comunicare degli avvocati.

I legali non sanno proprio gestire la comunicazione: né quella interpersonale; né tanto meno quella con i media. Dilettanti allo sbaraglio, insomma, con il rischio di fare disastri.

Nel film The Unforgivable, ad esempio, il legale a cui si rivolge la protagonista è un avvocato, John Ingram (interpretato da Vincent D’Onofrio), che è incapace di gestire l’incontro della donna, Ruth, con i genitori adottivi della sorella Katie.

Strana categoria quella dei legali: accendono il tassametro appena inizi a parlare e pensano che il nostro mestiere di giornalisti e comunicatori valga quattro lire. Facendo così, sbagliano. E creano problemi.

I casi di cronaca nera, anche italiana, ci hanno spesso dimostrato come l’incapacità di comunicare degli avvocati sia un problema serio. E come danneggi i loro assistiti.

A parte qualche caso, raro e lodevole, gli avvocati decidono di misurarsi con i media senza conoscerne le logiche, senza comprenderne gli obiettivi, senza soppesarne gli elementi positivi e negativi.

Il caso di Ruth Slater è lì a dimostrarci che la sua vita avrebbe preso, fuori del carcere, una piega diversa se avesse avuto un comunicatore (o un bravo giornalista) capace di gestire la comunicazione.

Poveretto, il legale John Ingram ci mette della buona volontà e si offre pure pro-bono, ma non sa comunicare: egli alimenta il conflitto fra genitori adottivi e sorella della figlia adottata; anziché gestirlo.

Esempi di avvocati incapaci di comunicare, e assai capaci di fare danni, li possiamo vedere nei casi giudiziari di Making a Murderer (prima che Steven Avery trovasse un’avvocata capace di ricorrere a comunicatori professionisti) e di The Innocent Man.

SERVIZI SOCIALI E BUSINESS DELLA GIUSTIZIA

Il film The Unforgivable poi porta l’attenzione, pur senza tematizzarla a dovere, anche sull’inefficienza dei servizi sociali che sono chiamati a supportare gli autori di reato usciti di prigione.

Ambienti fatiscenti, nessun rispetto per chi è uscito di prigione, nessun programma di mediazione con la società civile. Questo l’ambiente in cui si trova, nel film The Unforgivable, chi ottiene la libertà vigilata.

Chi esce di prigione viene lasciato a sé stesso. Tant’è che mal si sopporta il fatto che sia fuori di galera; e che possa girare tra gli onesti cittadini.

Ruth Slater, la protagonista del film, si trova ad avere attaccato ai fianchi un addetto dei servizi sociali – Vicent Cross (interpretato da Bob Morgan) – che anziché aiutarla a inserirsi nella società le ricorda il suo status di galeotta; e di ammazza poliziotti.

Pur senza denunciarlo in modo netto e inequivocabile, il film The Unforgivable ci mostra come i servizi sociali siano lasciati a sé stessi.

Del resto, negli Stati Uniti come in Italia, il business è nella costruzione delle carceri e nella gestione delle galere; tant’è che i servizi sociali sono considerati enti su cui non vale la pena investire.

Voglio far notare un dato, a te che leggi. L’Italia ha un rapporto fra detenuti e guardie carcerarie che è sovradimensionato. Mentre servirebbero più educatori, assistenti sociali e psicologi.

Se la pena serve a reintrodurre il reo nella società, non è riempiendo le galere di poliziotti che nulla sano di mediazione e gestione dei conflitti che si raggiunge l’obiettivo.

Come scrive Alessandro Maculan in un articolo per Antigone, “chiunque sia entrato in carcere almeno una volta avrà sicuramente notato una delle principali caratteristiche di questo particolare ambiente, vale a dire la grande presenza di operatori di polizia penitenziaria se paragonata sia al numero di educatori sia alla popolazione detenuta”.

“Queste figure professionali corrispondono, infatti, all’89,36% del personale presente negli istituti di pena italiani (gli educatori solo il 2,17%) ed il rapporto fra detenuti ed agenti è di 1,67, vale a dire poco più di un detenuto e mezzo per poliziotto”, sottolinea l’articolo di Antigone.

Il rapporto fra detenuti ed operatori addetti alla sicurezza degli istituti di pena, ci dice Antigone, in Francia è, per esempio, 2,5, in Spagna 3,7, in Inghilterra e Galles 3,9.

JFK: Destiny Betrayed è sicuramente un'opera divisiva, che da noi parte della stampa ha già bollato come mero “complottismo”, termine che oggi sostanzialmente viene utilizzato per mettere in un angolo tutta quella narrazione tragicomica connessa ai vaccini e a fantomatici ordini massonici mondiali. Tuttavia il complottismo per tanti anni, è stato semplicemente il volto più aggressivo della controinformazione, di chi si è sempre battuto per portare alla luce segreti, peccati e falsità del potere. Stone è stato capace di fare controinformazione, così come di cucire per noi racconti cinematografici di livello assoluto. Nessuno come lui ha saputo parlarci della Casa Bianca, del potere e JFK: Destiny Betrayed ne è solo l'ultimo gioiello, l'ultima grandissima prova di bravura, per quanto a volte un po' annacquata da un certo manierismo, dal suo noto protagonismo.

MEDIAZIONE E GESTIONE DEI CONFLITTI

Un altro argomento che evidenzia il film The Unforgiven è quanto sia importante – e quanto poco si faccia – sul fronte della mediazione penale. Sul fronte del dialogo tra autore di reato e vittima (o famigliari della vittima).

Ruth Slater, nella sua lotta per avere notizie della sorella Katherine – presente il giorno in cui è stato ucciso un agente di polizia nella loro casa – è lasciata a sé stessa.

Così come sono lasciati a loro stessi i figli dello sceriffo ucciso. Ovvero i più danneggiati dal delitto, quello che ha portato la protagonista Ruth Slater alla condanna a vent’anni di carcere.

Nessuno si preoccupa dei sentimenti dei famigliari, di fronte alla liberazione di una persona condannata per aver ucciso un loro congiunto.

E nessuno si preoccupa di come sarà accolta, di come dovrà comportarsi, di quali ostacoli e opportunità troverà la persona uscita di prigione.

Il tema della mediazione e della gestione dei conflitti, con tutti i risentimenti che si porta dietro, lo affrontiamo in un Master dove insegno, all’Università degli Studi di Verona: il Master in Intercultural Compentence and Management (Mediazione interculturale, Comunicazione e Gestione dei conflitti).

Proprio l’esperienza del Master, che ha avuto inizio con la prima edizione nel 2002-2003 e ora è online con alcuni seminari in presenza, dimostra quanto sia possibile intervenire in situazioni conflittuali. Come si possa fare mediazione per gestire sia i sentimenti delle persone danneggiate; che l’inserimento in società degli autori di reato.

La mediazione, invece, viene spesso lasciata ai giornali. I media si sostituiscono alle figure specializzate e, anziché gestire un conflitto o mediare fra posizioni all’apparenza inconciliabili, avvelenano il clima. Propongono letture stereotipate di fatti, persone e situazioni.

È invece possibile fare mediazione interculturale e gestione dei conflitti sia sul piano personale – con la comunicazione gestita da figure specializzate – sia attraverso i media (media di massa e social media). 

I media, ci dicono gli studiosi del rapporto fra crimine giustizia e mezzi di comunicazione, possono svolgere una funzione di mediazione e peacebuilding sia con le vittime che con gli autori di reato.

LA VENDETTA E LA DISTRUZIONE DELLA PERSONA CONDANNATA

Il tema della vendetta – immaginata, voluta, perseguita dai famigliari del poliziotto ucciso – e l’esclusione, lo stigma, il disprezzo con cui l’autore di reato viene trattato è un altro spunto di riflessione che ci dà il film The Unforgivable.

I due figli dello sceriffo ucciso dalla protagonista meditano di far pagare all’assassina Ruth Slater il prezzo del loro dolore.

Sul posto di lavoro, nella pescheria dove lavora i salmoni, Ruth intanto subisce il disprezzo, l’odio, la rabbia dei bravi cittadini. E di tutti coloro – certo con buoni motivi – si sono sentiti danneggiati, addolorati e colpiti dall’uccisione del poliziotto.

Non ci sono vinti né vincitori, in casi come questi. Tutti perdono. Tutti sono sconfitti. Tutti sono diminuiti. Questo, va detto, accade perché nessuno si preoccupa di investire in comunicazione, in servizi sociali, in mediazione.

Serve a qualcosa la vendetta? Serve a qualcosa sputtanare sui giornali chi – secondo la giustizia – ha commesso un delitto? Porta a un qualche risultato la distruzione sociale dell’autore di reato?

La risposta, amara, che anche il film The Unforgivable ci dà è negativa. E su questa risposta dovremmo meditare tutti: cittadini, persone coinvolte, giornalisti.

Caso Sutter - Bozano. Piano di rapimento per il sequestro di Milena Sutter - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

Il paragone con il caso di Lorenzo Bozano

Il film The Unforgivable, con Sandra Bullock, mi ha ricordato la vicenda giudiziaria che studio dal 2010: il caso di Milena Sutter e il caso di Lorenzo Bozano.

Quello che qui mi preme raccontare è come Lorenzo Bozano abbia subito trattamenti molto simili a quelli di Ruth Slater, la protagonista del film.

L’ultimo di questi trattamenti, poche settimane prima che Lorenzo Bozano morisse all’Isola d’Elba, il 30 giugno 2021, è l’essersi vista negata la possibilità di pernottare in un bed and breakfast di Genova.

Non so chi sia il cialtrone che, leggendo sui documenti il nome di Bozano, gli ha negato il diritto di dimora. So, però, che sono state le narrazioni giudiziarie e mediatiche a creare il “Mostro Bozano”.

LA COSTRUZIONE MEDIATICA DEL MOSTRO

Come dimostra il libro che ho scritto con la criminologa Laura Baccaro (Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media), sono tanti e fondati i dubbi sulla vicenda Sutter-Bozano. Tanti da delegittimare ogni condanna sommaria. E da ridicolizzare ogni costruzione mediatica del “Mostro Bozano”.

Anche nel caso di Lorenzo Bozano abbiamo i sentimenti di vendetta, lo stigma verso il presunto autore di reato (ancor prima di una condanna tutta da analizzare) e lo sputtanamento sui media. E poi abbiamo l’omertà di chi conosce la verità; abbiamo la rabbia dei bravi cittadini e abbiamo pure un qualche suggeritore che cerca di orientare la storia a modo proprio.

Come accade in tutte queste situazioni, qualcuno ha interesse a che la verità non venga a galla. Perché la verità è scomoda, perché è imbarazzante; o perché talvolta la menzogna ci consola rispetto alla cruda realtà.

Questo l’ho letto nel Caso Sutter-Bozano. E questo lo cogliamo – da un’altra angolazione – anche nel film The Unforgivable che non sarà certo un capolavoro, ma ha tuttavia un pregio: farci riflettere, con senso critico, per andare oltre il pregiudizio, lo stigma e le versioni di comodo.

Maurizio Corte
corte.media

Il trailer del film The Unforgivable

La video recensione del film The Unforgivable

Una scena del film con Sandra Bullock

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