Film thriller su come gli inquirenti cerchino di stressare gli indizi per incastrare un innocente. Il parallelo con il caso di Lorenzo Bozano.

Il film thriller Fino all’ultimo indizio, disponibile su Netflix, dimostra come certa polizia agisca allo stesso modo: punti a un “perfetto colpevole” – estraneo di fatto al delitto su cui si indaga – e cerchi di incastrarlo.

Accade negli Stati Uniti di inizi Anni Novanta, dove viene ambientato il film thriller con Denzel Washington e Rami Malek nei ruoli di due investigatori, così com’è accaduto a Genova, nel maggio del 1971 per il caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano.

Lo schema è lo stesso. C’è un caso giudiziario, ci sono indizi da approfondire e collegare, vi sono testimoni da ascoltare, c’è poi un indiziato principale.

Il risultato? Gli indizi non sono trattati in modo scientifico. I testimoni sono trascurati. L’indiziato diventa il perfetto colpevole che si cerca a tutti i costi di inchiodare.

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Fino all’ultimo indizio. La trama del film

Il vicesceriffo Joe “Deke” Deacon (interpretato da Denzel Washington), che da qualche anno lavora nella provincia americana, viene inviato a Los Angeles per raccogliere un banale reperto legale.

Torna così nel dipartimento di polizia dove cinque anni prima ha svolto il ruolo di investigatore. E dove ha commesso un grave errore, coperto grazie alla complicità dei colleghi e di un medico legale.

Si trova coinvolto, all’inizio suo malgrado e poi per scelta consapevole, nella caccia al serial killer che sta terrorizzando la città. Un killer che ha come prede delle giovani donne.

A guidare l’indagine c’è il sergente Jim Baxter (interpretato da Remi Malek) che chiede al vice sceriffo di aiutarlo, in via ufficiosa, nell’inchiesta.

Il giovane sergente Baxter ignora che l’indagine sta riportando a galla alcune situazioni vissute in passato dal vice sceriffo Deke, svelando segreti scomodi che potrebbero mettere a repentaglio molto più che il suo caso.

INDIZI FUNZIONALI ALLA RICERCA DI UN QUALSIASI COLPEVOLE

La caccia al serial killer trova nel giovane Albert Sparma (interpretato da Jared Leto), dalla vita sull’orlo della devianza e fuori degli schemi, l’indiziato principale.

Tant’è che tutto diventa funzionale, dalla ricerca degli indizi alla loro interpretazione, per inchiodarlo. E per dimostrare che è lui il serial killer.

Il finale amaro per il sergente Jim Baxter viene in qualche modo alleviato da quella che è la chiave del film: l’imbroglio e la manomissione delle prove come metodo di lavoro della polizia per trovare un qualsiasi colpevole, anziché per dimostrare di aver trovato il vero colpevole.

Fino all'ultimo indizio - film thriller - foto di scena

La recensione del film

Fino all’ultimo indizio, secondo il magazine Sentieri Selvaggi, è così mal riuscito – su una sceneggiatura scritta già negli Anni Novanta quando il film è ambientato – da considerarlo una forma di “assassinio” del genere thriller.

Secondo la rivista online di cinema Gli spietati, nel film diretto da John Lee Hancock – che ha steso trent’anni fa la sceneggiatura – “le intenzioni di una contaminazione tra ossessioni personali e indagine giudiziaria rimangono infatti tali”.

“Le cause sono da attribuire principalmente a una sceneggiatura che non caratterizza a dovere i personaggi (…). L’atmosfera sospesa diventa quindi un contorno, anche piacevole, dentro cui si rincorrono verità, orrori e consapevolezze che però restano sempre in superficie”, fa notare il magazine Gli Spietati.

Secondo il magazine Cineforum, “nelle contraddizioni caratteriali e metodologiche tra i due detective protagonisti, nelle riflessioni sul potere e sulle responsabilità del corpo di polizia, ma soprattutto nel finale (sia a livello ambientale sia a livello narrativo), il ricordo inevitabile di Seven rimbomba incessantemente”. 

RIFERIMENTI A “SEVEN” E AL FILM “IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI”

Le recensioni, insomma, sono concordi su due punti: nel ritrovare elementi dei film Seven Il silenzio degli innocenti; e nel considerare la messa in scena e la recitazione dei protagonisti poco convincente.

Il film thriller Fino all’ultimo indizio, insomma, sarebbe una pellicola mal riuscita. E condotta sul filo della scopiazzatura di modi e scene già visti quando la sceneggiatura fu scritta: ovvero, a inizio Anni Novanta.

Al netto delle critiche su aspetti della recitazione e soluzioni narrative, tuttavia, il film con Denzel Washington ha molto da dirci ancora oggi. E se la messa in scena può in parte deludere, gli argomenti che ci mette davanti sono di una sorprendente attualità. E di un valore universale.

La cosa peggiore da fare, nel guardare Fino all’ultimo indizio, infatti, è perdersi nella delusione per qualcosa di già visto, per situazioni scontate; mancando l’occasione di tracciare i contorni di un tema che ci tocca da vicino come cittadini.

Quel tema consiste nella tentazione, che diventa scelta consapevole, di investigatori e inquirenti di trovare un colpevole a tutti i costi. E di voler piegare anche la scienza, oltre che gli indizi, agli interessi investigativi.

Viene così spontaneo il paragone con il Caso Sutter-Bozano, che trattiamo in questo magazine nella sezione dedicata all’analisi della vicenda del “biondino della spider rossa”; e il paragone con la vicenda di Yara Gambirasio e Massimo Giuseppe Bossetti.

In tutti e tre i casi – nel film e nelle due vicende giudiziarie – non a caso le vittime sono giovani donne.

Fino all'ultimo indizio - film thriller - il colpevole

L’analisi del film Fino all’ultimo indizio

“Serve sempre un arresto, no?”, chiede il vice sceriffo, Joe “Deke” Deacon, costretto all’esilio in provincia, al giovane detective di Los Angeles, Jim Baxter.

“Sì”, risponde Baxter.

“Allora non è cambiato un granché”, ribatte Deacon, riferendosi a quando era lui, a Los Angeles, a condurre le indagini sugli omicidi irrisolti di una grande metropoli.

In questo dialogo sta la chiave del film Fino all’ultimo indizio.

Il titolo di questo thriller, tra l’altro, non deve trarre in inganno: l’ultimo indizio non è quello che la polizia cerca per trovare chi ha davvero commesso gli omicidi seriali.

L’ultimo indizio è l’elemento che i due poliziotti (e certo modo di fare polizia ancora oggi) utilizzano per incastrare quello che ritengono loro essere il colpevole.

Non interessa a Deke Deacon e a Jim Baxter la verità sostanziale dei fatti.

Non è al vero serial killer – figura sempre affascinante nelle narrazioni thriller – che i due puntano. A loro interessa incastrare chi loro “sentono”, con il fiuto dello sbirro, essere colpevole.

Questo modo di fare investigazione non ha nulla da spartire con la ricerca scientifica.

E neppure ha qualcosa da condividere con il criminal profiling che, sempre nel film con Denzel Washington, alla fine l’Fbi applica, volendo agire in modo razionale e con metodo.

Crimine, giustizia e narrazione. Il racconto menzognero e lo schema dei quattro livelli - bugie - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media

L’ARROGANZA DI CERTA POLIZIA

Nel film Fino all’ultimo indizio possiamo notare, in scene ben caratterizzate, l’arroganza di certa polizia. Quella che potremmo chiamare una “polizia fascista”, a cui non interessa la verità, ma che mira solo a chiudere il caso a modo suo. Nel suo interesse.

Chiarisco innanzi tutto, onde evitare equivoci, che uso l’aggettivo “fascista”, anziché comunista, perché in Italia abbiamo avuto una eredità fascista nel fare polizia.

Fossimo in Romania o in Russia userei “polizia comunista”, a segnare un modo altrettanto arrogante di fare indagine. Tipico delle dittature e della negazione della democrazia.

Va per fortuna riconosciuto come vi sia anche una corrente democratica del fare polizia. Ed è a questa corrente che vogliamo guardare con fiducia, perché di polizia di qualità vi è grande bisogno.

Il modo arrogante di fare polizia, quello fascista, ha una serie di caratteristiche:

  • cerca di negare le libertà dei cittadini sospettati e/o arrestati;
  • si presta a depistaggi e ricostruzioni di comodo, utili a nascondere verità compromettenti che toccano i potenti; 
  • utilizza i testimoni, pilotandoli, che sono funzionali ad incastrare chi si designa come colpevole;
  • usa i giornali per orientare la pubblica opinione sulle sue tesi, anziché su ciò che è davvero accaduto;
  • costruisce una verità di polizia che non coincide con quanto è accaduto per davvero;
  • vuole regolare i conti senza le figure ingombranti dei giudici in tribunale;
  • disprezza i politici e le istituzioni democratiche che cerca di piegare ai propri scopi;
  • si fa beffe della Costituzione e dei diritti sacrosanti di sospettati e imputati;
  • ha figuri legati ad associazioni segrete e a circoli eversivi

È insomma quella polizia arrogante ben rappresentata dal personaggio senza nome – il Commissario – del film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri.

Per fortuna, abbiamo esempi illuminanti di commissari di polizia che hanno dato la vita – e si impegnano ogni giorno – perché la nostra vita di cittadini sia tranquilla. E democratica.

Serie televisive crime britanniche - news - magazine Il Biondino della Spider Rossa - ProsMedia - Agenzia Corte&Media -- photo NeONBRAND---

Troviamo i tratti della polizia arrogante nella battuta con cui il giovane detective Jim Baxter ironizza su un molestatore sessuale perché “ha richiesto un avvocato”.

Lo stesso detective – altro tratto della polizia arrogante – prende per il colletto il tecnico di laboratorio perché non gli dà i risultati sperati sulle impronte digitali.

Il tecnico in camice bianco ha la sola colpa di seguire la scienza; e di ironizzare sugli sbirri che vogliono dati comodi per le loro tesi.

“Le impronte non coincidono” con un sospettato, dice il tecnico di laboratorio.

“Falle coincidere”, ribatte il detective Jim Baxter, volendo imporre gli interessi degli investigatori a quelli della scienza.

L’OSSESSIONE DEL COLPEVOLE DESIGNATO

In quel modo arrogante di fare polizia c’è l’ossessione del colpevole. Un’ossessione che accompagna sia il vice sceriffo Deke Deacon, impegnato a riscattare un passato fallimentare, che l’ambizioso detective Jim Baxter. 

“Voglio inchiodare il bastardo”, concordano i due agenti. Il loro interesse, lo si evince chiaro da questa battuta, non è quello di trovare il colpevole: loro obiettivo è incastrare, con qualunque mezzo, chi ritengono sia il killer.

Il finale del film ci porta a conclusione ciò che era nelle premesse: la falsificazione delle prove a cui la polizia arrogante ricorre sempre, quando vuole chiudere un caso complesso, di cui non riesce a capire nulla. E da cui non trae alcun vero colpevole oltre ogni ragionevole dubbio.

Si ricorre persino a falsificare i dati scientifici, pur di coprire le malefatte della polizia arrogante. Perché accade sempre che, lavorando con l’ideologia dell’arroganza anziché con metodo scientifico, ci scappi un morto innocente.

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L’importanza del film Fino all’ultimo indizio sta proprio nel mostrarci come agisce, e come fallisce, certa polizia (la polizia arrogante) quando vuole raggiungere un obiettivo senza saperlo fare. E senza impegnarsi nel rispettare metodo di lavoro e diritti.

Ecco le caratteristiche di certa polizia (la polizia arrogante) che agisce nello stesso modo in Italia come negli Stati Uniti, come in altri Paesi:

  • la costruzione di una verità di comodo;
  • il nascondere dati e argomenti che smentiscano l’ipotesi (vissuta come certezza) che muove gli investigatori;
  • il coprire la verità, stressando gli indizi od occultando elementi scomodi

Questa comunanza fra polizie di differenti zone dimostra che siamo di fronte a una forma mentis e a un modus operandi i quali travalicano culture, sistemi giudiziari differenti e ambienti lontani tra loro.

Ne abbiamo una prova, di quel modo arrogante di fare polizia, in un caso vero del Wisconsin: la vicenda di Steven Avery, raccontata nella serie televisiva crime Making a Murderer. Ovvero, la costruzione di un assassino che killer non è. 

E ne abbiamo una prova in un’altra serie tv crime. Ovvero in The Innocent Man, dal libro di John Grisham.

Lorenzo Bozano - Caso Sutter

I punti in comune con il Caso Sutter-Bozano

Nel rivedere il film Fino all’ultimo indizio ho ritrovato una serie di punti in comune con la vicenda di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano, che trattiamo in una sezione dedicata di questo magazine.

I punti in comune si collocano all’interno del modo di agire della polizia arrogante, non democratica.

Non è un caso, del resto, che un investigatore importante del Caso Sutter-Bozano sia Arrigo Molinari, massone piduista e appartenente a un’organizzazione illegale e antidemocratica come Gladio.

Lo stesso Molinari è quello che ha condotto le indagini e inquinato la scena del crimine, nel caso della morte di Luigi Tenco, noto cantautore italiano. Una morte, nel gennaio 1967, per comodo archiviata come suicidio; mentre suicidio non è.

Vediamo i collegamenti fra il modo di agire dei detective Joe Deke Deacon e Jim Baxter, nel film Fino all’ultimo indizio, e la vicenda Sutter-Bozano.

Nel caso di Milena Sutter c’è stata, fin dall’inizio, la ricerca di “un” colpevole. Nessuna volontà di ricercare la verità e “il” colpevole. 

Lo dimostra il fatto che si è accreditata, già nella notte fra il 6 e il 7 aprile, un’ipotesi che poi si rivelerà non credibile: quella del rapimento a scopo di denaro.

Si tratta di un’ipotesi a cui non credeva – i giornali del tempo lo dimostrano con le sue dichiarazioni – neppure il capo della Squadra Mobile di Genova, Angelo Costa.

Anche nel film thriller Fino all’ultimo indizio, si punta a fare “un” arresto. E non ci si impegna, con metodo e attenzione ai dettagli, ad arrestare il vero colpevole.

Secondo elemento. Nel film con Denzel Washington, come nel caso di Milena Sutter, si parte da un’intuizione: da qui si cercano gli indizi, piegandoli al fine di arrivare al risultato che confermi quell’intuizione.

Il partire da un’intuizione che si vuol credere vera e fondata è una scelta individuale dell’investigatore. Oppure può essere una scelta ideologica della polizia arrogante; e della sua ideologia investigativa.

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IL RAPPORTO TRA SCIENZA E POLIZIA

Terzo, fondamentale, elemento che accomuna il film e il caso Sutter-Bozano: il rapporto tra polizia e scienziati forensi.

Gli investigatori, nel film Fino all’ultimo indizio, come nella vicenda genovese del 1971, pretendono che i risultati delle analisi di laboratorio corrispondano a ciò che la loro ipotesi investigativa prevede.

Nel film thriller su Netflix abbiamo uno scienziato forense che rifiuta di sottomettersi alla volontà falsificatrice della polizia arrogante.

In compenso, scopriamo alla fine della storia, che anni prima un medico legale ha scritto il falso sulle cause della morte di una giovane donna, assassinata alle spalle da un poliziotto

Ebbene, nel caso di Milena Sutter, abbiamo una perizia medico-legale – su cause e ora della morte della ragazzina – che non ha fondamento scientifico.

La perizia è stata redatta in funzione della pista investigativa di polizia e pubblico ministero genovesi. Pista che aveva un solo scopo: incastrare Lorenzo Bozano.

Quando si creano le condizioni per cui gli scienziati si sottomettono agli inquirenti, è di per sé evidente che siamo in pieno fascismo. E in piena violazione dei nostri diritti costituzionali di cittadini.

IL RUOLO DELLO SCIENZIATO FORENSE

Illuminante quanto scrive sul suo blog, il 6 ottobre del 2008, il professor Giusto Virgilio Giusti, illustre medico legale, sulla sua professione: “L’essenza di quanto avevo imparato può dirsi in poche parole: raccogliere tutti i dati, vale a dire leggere tutto il fascicolo processuale, e poi esprimere la mia opinione in maniera del tutto indipendente. Questo è stato fonte di apprezzamento, ma anche di qualche fastidio”.

“Tant’è, questo è ormai un dato di fatto, la mia mentalità si è formata così, e non la posso più cambiare”, prosegue il professor Giusti. “E anche quando faccio qualche consulenza di parte tendo sempre ad essere neutrale, tenendo nello stesso conto le ragioni dell’accusa e quelle della difesa”. 

Quanto hanno fatto i professori Franchini e Chiozza, nel caso di Milena Sutter, è stato identico a quanto scopriamo alla fine del film Fino all’ultimo indizio: piegarsi alle ragioni dell’accusa, anziché fare scienza indipendente in tema di Medicina Legale.

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I TESTIMONI TRASCURATI

Un quarto elemento che accomuna il film su Netflix e la vicenda Sutter-Bozano è il modo in cui sono trattati i testimoni.

Nel film abbiamo una preziosa testimone, una giovane donna che sfugge all’aggressione del serial killer all’inizio della narrazione. Ebbene, la polizia ignora quella donna. E quando la ascolta, la sua testimonianza è compromessa.

Nella vicenda di Milena Sutter, abbiamo l’aver ignorato la testimonianza dell’amica del cuore della vittima.

Anzi, a Genova si è fatto di peggio: l’amica di Milena, e con lei tutta la sua famiglia, è stata denigrata a mezzo stampa e nella memoria di Parte Civile.

Eppure – come dimostra l’intervista fatta dalla criminologa Laura Baccaro – l’amica del cuore di Milena aveva molte cose interessanti da dire.

L’amica di Milena non è stata ascoltata, né chiamata a testimoniare ai processi a Lorenzo Bozano, per un semplice motivo: avrebbe scagionato il cosiddetto “biondino della spider rossa”.

Anche qui, siamo in pieno spregio della Costituzione: azione investigativa arrogante che nega i diritti del sospettato; stampa compiacente con un metodo anti-scientifico e anti-democratico di indagare.

Stendiamo un velo pietoso, poi, sulle due testimoni del Monte Fasce, indizio costruito ad hoc per incastrare Lorenzo Bozano. E di cui tratto nel libro Il Biondino della Spider Rossa.

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“VOGLIO INCASTRARE IL BASTARDO”

Un quinto elemento che accomuna il caso genovese, che trattiamo nella sezione dedicata all’analisi della vicenda Sutter-Bozano, e il film Fino all’ultimo indizio, è quello della “ossessione del colpevole”.

“Voglio inchiodare quel bastardo”, dice uno degli investigatori, nel film, parlando del sospettato su cui si è concentrata l’attenzione: lo spiantato e strano Albert Sparma (interpretato da Jared Leto).

I dati di fatto sono trascurati. Il profilo del sospettato non è neppure preso in considerazione. Ci si fa beffe della scienza, che si cerca di piegare all’ipotesi investigativa. Si ignorano i testimoni, perché considerati non funzionali all’intuizione della polizia arrogante.

Tutti questi elementi – che accomunano film e vicenda genovese – hanno la loro sintesi suprema nella volontà pervicace di rendere colpevole anche chi colpevole non è. 

“Era il colpevole. Ne sono sicuro”, dice il detective Jim Baxter, alla fine del film.

È la stessa (infondata) certezza che esprime, in un’intervista tv a Enzo Biagi a inizio Anni Ottanta, il capo della Squadra Mobile di Genova, Angelo Costa.

Lorenzo Bozano doveva essere il colpevole. E tutto è stato costruito per inchiodarlo. Non ci sono riusciti – polizia e Procura della Repubblica genovesi – nel 1973, quando il “biondino della spider rossa” viene assolto in primo grado.

Ci riescono in un processo d’appello costruito a tavolino, nel 1975. Un processo che, nel condannare all’ergastolo Bozano, offende l’intelligenza di noi che studiamo il caso; e mette a rischio le fondamenta giuridiche di uno Stato democratico.

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LA FALSIFICAZIONE DELLE PROVE

Infine, c’è il sesto elemento comune tra finzione cinematografica e caso giudiziario reale: la falsificazione delle prove.

Abbiamo già visto la falsificazione degli aspetti medico legali: il tentativo, riuscito, di piegare la scienza agli interessi della polizia arrogante.

PROVE COSTRUITE A TAVOLINO

C’è però di peggio, alla fine del film: il supportare un’intuizione, un’ipotesi investigativa fallace, con un elemento di prova costruito a tavolino.

Nel caso di Lorenzo Bozano, abbiamo almeno tre prove “costruite” a tavolino:

  • la cintura da sub, trovata sul corpo di Milena Sutter, che niente collega a Bozano;
  • la macchia d’orina sui pantaloni di Bozano, che niente collega a Milena Sutter;
  • l’indizio del Monte Fasce, che ha contraddizioni sufficienti per affermarne l’infondatezza

Nel film di John Lee Hancock, il sospettato sparisce. Nella vicenda del “biondino della spider rossa” a sparire, con la condanna all’ergastolo, è Lorenzo Bozano. Il quale, tuttavia, parla anche dopo la sua morte, avvenuta nel giugno del 2021.

Illuminante, nel film L’ultimo indizio, ciò che dice un investigatore dell’Fbi: “Credo che la cosa migliore sia ricominciare tutto daccapo”.

LA SFIDA ALLA POLIZIA ARROGANTE

Una chicca accompagna il film e la troviamo – settimo elemento in comune – nel Caso Sutter-Bozano: il sospettato sfida la polizia arrogante. Quella polizia che non cerca la verità, ma vuole solo mettere in manette un colpevole di comodo.

Nel film, Albert Sparma porta all’eccesso la sfida, per mettere in ridicolo l’investigatore che lo pressa. E in quell’eccesso paga un conto salato.

Nel caso del “biondino della spider rossa”, Lorenzo Bozano sfida inquirenti e giudici farsa del processo d’appello. E pure lui paga un conto salato.

In entrambi i casi, tuttavia, non sono i “perfetti colpevoli” a fare la fine peggiore. La fine peggiore la facciamo noi cittadini che ci troviamo in mezzo a un meccanismo malato. E antidemocratico.

giornale L'Arena - inchiesta sul caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano - Il Biondino della Spider Rossa - 2011

LA DIFFERENZA TRA IL FILM E IL CASO SUTTER-BOZANO

Ho voluto portare in evidenza i punti in comune tra il film e il caso Sutter-Bozano. Il tutto con l’obiettivo di dimostrare come – pur in contesti culturali e giudiziari assai diversi (Stati Uniti, Anni Novanta e Italia, Anni Settanta) vi sia uno stesso modus operandi della polizia arrogante.

C’è un elemento fondamentale che, tuttavia, differenzia i due casi. Nel film, non so se per decisione consapevole o per distrazione del regista e sceneggiatore Hancock, la scelta investigativa della polizia è di tipo “culturale” e personale.

Nel film Fino all’ultimo indizio, insomma, gli investigatori conducono le indagini in un certo (errato) modo per convinzione personale e tradizione poliziesca.

Nel caso di Lorenzo Bozano e Milena Sutter, invece, vi sono fondati motivi per pensare che – oltre a una certa tradizione poliziesca – vi sia stata la scelta, dolosa, di incastrare il “biondino della spider rossa”, per evitare altre piste investigative assai scomode.

Maurizio Corte
corte.media

Il trailer del film Fino all’ultimo indizio

10 minuti di anteprima del film con Denzel Washington

La video recensione del film thriller di Hancock

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