Il caso di Milena Sutter presenta ombre e figure opache. Ecco altre dieci “situazioni confuse” della vicenda genovese.

Di sicuro c’è solo che è morta, scrivevo nel primo articolo sui “50 imbrogli contro la verità” sulla vicenda di Milena Sutter, la ragazzina scomparsa, e poi deceduta, a Genova nel maggio del 1971.

Per quel caso è stato condannato all’ergastolo Lorenzo Bozano, morto all’Isola d’Elba, per un improvviso malore, il 30 giugno 2021, mentre da ottobre 2020 era in libertà condizionale per buona condotta.

Non so se Bozano sia davvero coinvolto o meno nella sparizione di Milena Sutter.

Di certo, alla luce dei 50 imbrogli di cui parlo in questi articoli a 50 anni dalla vicenda, il cosiddetto “biondino della spider rossa” – che biondino non era – ha avuto una condanna sproporzionata.

Un autorevole giornalista genovese, Cesare G. Romana anni addietro – quando lo chiamai a Milano per un suo parere su un aspetto della vicenda Sutter – definì Bozano il “presunto assassino” di Milena. Cesare G. Romana aveva seguito la vicenda, nel 1971, a Genova.

Del resto, la Storia non la si costruisce con le sentenze penali, di cui si prende atto, che si rispettano e che si analizzano e criticano, come è buona pratica fare da studiosi.

La Storia la si ricostruisce con i dati di fatto, gli elementi scientifici e quel po’ di certezze che, in qualità di esseri umani, ci è consentito raggiungere.

GLI IMBROGLI COME VICENDE CONFUSE E COMPLICATE

Nel primo articolo, ho trattato dei primi dieci imbrogli sul caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano.

In un secondo articolo, sono passato a trattare di altri dieci imbrogli sul caso del cosiddetto biondino della spider rossa, su cui la criminologa Laura Baccaro e io abbiamo scritto un primo libro che analizza tutta la vicenda.

Dopo i primi venti imbrogli – intesi come “grovigli”, “vicende confuse e complicate” – eccone altri dieci su cui riflettere.

Non si tratta tanto di capire se Lorenzo Bozano, che ha avuto la libertà condizionale (di fatto il fine pena dell’ergastolo), sia innocente o colpevole. 

Si tratta invece di verificare le carenze, le messe in scena e le finte verità di un’indagine che presenta molti lati opinabili. E altri lati alquanto oscuri.

Lascio a te lettore il giudizio. Da parte mia, non sono mai stato innocentista – lo ribadirò più volte – ma come studioso un certo numero di domande me le pongo.

E le risposte, come cittadino, mi preoccupano alquanto.

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Caso Sutter-Bozano: scopri gli altri 10 imbrogli

L’affaire Monte Fasce: imbroglio numero 21

C’è qualcosa che non convince nelle testimonianze sulla presunta presenza di Lorenzo Bozano, il tardo pomeriggio del 6 maggio 1971, sul Monte Fasce.

Il cosiddetto “biondino della spider rossa” – che biondino non era – si sarebbe recato sul Monte Fasce, a una mezz’ora d’auto dal centro di Genova, con il corpo di Milena Sutter.

Obiettivo: seppellirla in una fossa scavata nel pietrisco. L’avrebbe fatto seguendo una delle voci del “piano di un rapimento”, che fu trovato nella stanza di Lorenzo Bozano durante una perquisizione.

Cosa c’è che non va nell’Affaire Monte Fasce? Lo spiego subito.

La spider rossa di Lorenzo Bozano viene notata da una sua conoscente, Carla C., che si trova in un’auto Fiat 850 assieme ad altre tre persone.

La stessa spider viene notata da un’altra conoscenza di Lorenzo Bozano, Pasqualina T., che in auto si sta dirigendo alla sommità del Monte Fasce in compagnia di un amico. Quell’amico non è il gelosissimo fidanzato di Pasqualina. La giovane va, insomma, in camporella. Fatti suoi, si sa.

Non solo: la stessa Pasqualina T. nota Bozano quando, in compagnia dell’amico che guida l’auto in cui si trova, ridiscende – dopo le ore 19 – dalla sommità del Monte Fasce.

MONTE FASCE: GLI ELEMENTI CHE NON CONVINCONO

Cosa c’è che non mi convince? Ecco gli elementi:

  • sono stato sul Monte Fasce, in auto, e ho percorso la strada e visitato, quasi 50 anni dopo il 1971, i luoghi indicati dalle testimoni. Impossibile che solo loro abbiano notato la spider e/o Lorenzo Bozano. La strada è così stretta che la persona al volante non può non notare una spider così rossa, sgargiante e così sgangherata come quella di Bozano;
  • è incredibile che fra centinaia di migliaia genovesi, sul Monte Fasce a notare Lorenzo Bozano o la sua spider siano state soltanto due donne che lo conoscevano. Una sfortuna unica, per il biondino che biondino non era. Siamo seri: la coincidenza non è credibile;
  • la signorina Pasqualina T. era figlia di un agente dell’allora Pubblica Sicurezza. L’ipotesi che la giovane abbia agito su richiesta del padre e che l’abbia fatto – pur perdendo punti agli occhi del fidanzato geloso – per favorire l’indagine contro Bozano è fondata. Mi conforta, in questo, l’opinione di un investigatore del tempo, in forza alla Squadra Mobile, il quale nel 2011 – convinto colpevolista – mi ha dichiarato: “Quelle due testimoni del Monte Fasce a mio parere sono due mitomani”.
  • la signorina Pasqualina T. nel 1996 telefona a una trasmissione Rai dedicata, non senza tensioni, al Caso Sutter. Pasqualina (Alina) tesse lodi non richieste di Lorenzo Bozano: l’assassino di Milena Sutter viene elogiato per la sua educazione, il suo modo garbato di fare e la sua persona. Perché quella telefonata? Perché tante parole nobili contro il “mostro”?
  • sul Monte Fasce ha un ruolo il “Suggeritore”, ovvero l’entità – che ho individuato in una ben precisa persona – alla quale è spettato il compito di organizzare obiettivi e contenuti della narrazione giudiziaria e mediatica del caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano. Una narrazione che va dal report di Polizia e Carabinieri (agosto 1971) alla sentenza di condanna all’ergastolo del 1975, in Core d’Assise d’Appello.

Sono arrivato alla conclusione che l’indizio del Monte Fasce sia opera del Suggeritore con l’attiva partecipazione di un investigatore di primo piano della Squadra Mobile della Questura di Genova, già noto (prima e dopo il maggio 1971) alle cronache.

Il problema, in tutto questo – voglio chiarirlo per il mio rispetto verso Polizia di Stato e Carabinierinon sono gli investigatori: chi ha lavorato al Caso Sutter e su Lorenzo Bozano – a cominciare dal capo della Squadra Mobile, Angelo Costa – si è fatto un mazzo tanto.

Il problema è chi, indagando, cerca di arrivare al risultato che ha in mente senza rispettare le regole. E senza avere a cuore la verità sostanziale dei fatti.

Questo accade nel giornalismo, nella ricerca scientifica, nell’investigazione di polizia e, ahimè, anche nel giudizio penale.

Un esempio lo abbiamo, in un contesto culturale e giudiziario differente, con The Innocent Man, il docu-film di John Grisham.

Le ragazzine palpeggiate: imbroglio numero 22

Lorenzo Bozano viene considerato un “maniaco sessuale”, un “deviato sessuale” anche per un episodio del novembre del 1960, in prossimità di Ognissanti.

A casa, in vacanza scolastica dall’istituto in cui il padre, Paolo Bozano, l’ha voluto collocare, Lorenzo – 15 anni d’età – avrebbe allungato le mani su alcune ragazzine, nei pressi di Villa Bozano, a Genova.

La vicenda non ha avuto seguito sul piano legale, perché è stata sistemata dal padre di Lorenzo con un’elargizione in denaro ai genitori delle ragazzine. 

Se vado con la memoria alle interviste che ho condotto, sul Caso Sutter-Bozano, dal 2010 a oggi, e alle confidenze raccolte, fatico a trovare qualcuno che non abbia allungato le mani su una qualche ragazzina. O non ci abbia provato.

Sia chiaro: sono cose che non si fanno e sono censurabili. Ma sono accadute.

Potrei citare un autorevole magistrato e un insospettabile giornalista che, con spirito machista, mi hanno detto, a proposito di palpate ai danni di giovanette: “A tutti noi, da giovani, è capitato di… ma non andiamo a dirlo in giro. E non ci siamo fatti beccare”.

IL METRO DI GIUDIZIO SU BOZANO

Non dobbiamo, però, giudicare i fatti di ieri – sul piano morale e neppure giuridico – con il metro di oggi: altrimenti, il mio amico di liceo L. V. – che si deliziava nel palpeggiare, a 16 anni, qualche operaia della fabbrica della madre – dovrebbe avere pure lui un consistente file per “molestie sessuali”.

Un dato di fatto, al di là dell’episodio del 1960, c’è comunque. Sul piano scientifico, Laura Baccaro – psicologa giuridica e criminologa – ci dice che, dopo una perizia condotta nel 2017 su Lorenzo Bozano. costui è risultato NON essere affetto da parafilia.

Lorenzo Bozano può avere avuto comportamenti sconvenienti, assai criticabili con il frame mentale e culturale di oggi. Tuttavia, NON era un deviato sessuale. Non era un maniaco sessuale. Tanto meno un pedofilo.

Quando i colleghi giornalisti che scrivono sciocchezze del genere si decideranno di rispettare la verità scientifica, ad andare sui fatti, come faceva Tommaso Besozzi, il più grande cronista di nera, allora sarà un buon giorno per la stampa.

Come la criminologa Baccaro insegna, non possiamo giudicare fatti che hanno rilevanza penale con il metro della morale

Quanto alla rilevanza penale, sappiamo bene che un atto è un reato – come ci ricorda David Canter, psicologo investigativo – quando vi è una norma che lo vieta.

Lorenzo Bozano - imputato processo sul caso Milena Sutter 

Il processo di primo grado: imbroglio numero 23

Nel giugno del 1973 la Corte d’Assise d’Appello di Genova – presidente Vito Napoletano, giudice a latere Guido Zavanone – assolve Lorenzo Bozano.

Su quel processo ho intervistato e ho una lettera, scritta a mano, del giudice a latere, il poeta Guido Zavanone, scomparso nel 2019.

Il parere che ho raccolto, rispettoso del segreto professionale, lo renderò noto nelle sedi scientifiche opportune.

Cosa c’è che non va in quella sentenza che pure assolve Lorenzo Bozano dall’imputazione di essere il rapitore, assassino e occultatore di cadavere di Milena Sutter? Mi spiace per il dottor Zavanone, ma non va la premessa, innanzi tutto.

Ecco cosa è scritto in sentenza, di certo opera del giudice a latere – che si occupa di stendere le motivazioni del giudizio espresso dalla Corte: “Le prime informazioni circa la serietà di Milena Sutter, la cui vita si era sempre svolta serenamente senza precoci turbamenti di natura sentimentale, e, soprattutto, la considerazione relativa alla rimarchevole e ben nota posizione economica del padre – uno dei maggiori contribuenti cittadini – orientavano subito le indagini di polizia nel senso di un sequestro di persona a scopo di estorsione“.

Questa frase sull’orientamento delle indagini di polizia verso il sequestro di persona viene smentita dal comportamento del capo della Squadra Mobile, Angelo Costa.

Proprio Angelo Costa, la settimana successiva alla sparizione di Milena Sutter, mostra tutti i dubbi sul sequestro per motivi di denaro. Tant’è che non prende sul serio la telefonata del “rapitore”.

UN DELITTO A SFONDO SESSUALE?

L’investigatore Costa, detto Angiulìn, è convinto della colpevolezza di Lorenzo Bozano. Ha tuttavia in mente un delitto a sfondo sessuale.

Come ho poi scritto nel libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, ffermare che una tredicenne non abbia turbamenti di carattere sentimentale vuol dire ignorare cosa sia l’adolescenza.

Non a caso, il giudice istruttore, Bruno Noli, nella sua sentenza del 1972, scrive, a proposito della vittima: “Sta vivendo, allorché scompare, uno dei periodi delicati dell’esistenza. La giovane adolescenza urge contro la cerchia delle vecchie affettività, dominata dai valori familiari. Residuano, della fanciullezza e della pre-pubertà, moti di ingenuità spontanea, recuperi di motivazioni e atteggiamenti che già mostra di voler abbandonare. Ma affiorano emozioni nuove; e turbano presentimenti“.

La realtà è che non si sono approfondite le relazioni interpersonali della vittima, venendo meno a un punto fondamentale di un’inchiesta: la vittimologia, come spiega la criminologa Laura Baccaro.

Qui sta il limite sostanziale dell’inchiesta sul Caso Sutter: non aver indagato sulle relazioni della vittima, con scrupolo, convinzione e coraggio.

Tant’è che domando a te, paziente lettore (o lettrice): come sarebbe stata l’inchiesta e la narrazione del caso, se Milena fosse stata, come me, figlia di un meccanico e di una casalinga?

Il processo di secondo grado: imbroglio numero 24

Sul processo in Corte d’Assise d’Appello, a Genova nel 1975, pende un sospetto inquietante: fu un processo-farsa? Il giudizio era già stato deciso? Possiamo, oltre ogni ragionevole dubbio, ritenere che la sentenza sia stata scritta ben prima del processo? 

Ci sono tre elementi che qualificano quel processo come un “imbroglio”, nell’accezione di “vicenda confusa, faccenda o situazione equivoca”.

Potrei andar giù assai pesante su quel processo. Lascio lo studio delle carte giudiziarie, anche qui, al luogo scientifico adatto. Perché, io credo, è con la Scienza che si lavora per la verità.

Primo elemento: dopo la relazione del giudice a latere, Carmelo Spagnolo, l’avvocato di Lorenzo Bozano, Giovanni Consoli, bresciano, si dimette per protesta.

L’illustrazione del caso da parte del giudice a latere“, tuona fremente di indignazione e citando la Costituzione, l’avvocato Consoli, “è una requisitoria“.

L’avvocato Consoli ha capito che il giudizio, di condanna, da parte della Corte è già deciso. E così l’esito in Cassazione. Lorenzo Bozano deve essere colpevole. Deve essere il “mostro”.

Non a caso, come mi ha spiegato l’avvocato della difesa nel processo di primo grado, Silvio Romanelli, il presidente della Corte d’Assise d’Appello, Beniamino De Vita, era stato ricusato da Bozano per due volte. La Cassazione aveva, tuttavia, respinto la ricusazione.

Prima ancora di essere nominato presidente, De Vita – davanti a testimoni degni di considerazione e fiducia – aveva dichiarato che sarebbe stato lui a presiedere la Corte. E che avrebbe fatto condannare Bozano.

Secondo elemento: durante una delle udienze, nel maggio del 1975, mentre vi è l’escussione di un testimone, un avvocato di Parte Civile ha un’uscita significativa: “Cosa stiamo qui a perdere tempo, visto che sappiamo per certo che Lorenzo Bozano è colpevole?”.

La “certezza” della colpevolezza di Lorenzo Bozano l’ho avvertita, nei colpevolisti, sin dai primi colloqui che ho avuto con loro nel 2010 e 2011. 

La loro fonte – e la fonte dell’idea che i colpevolisti hanno di come è morta Milena Sutter – è il primo avvocato di Lorenzo Bozano, Francesco Marcellini.

L’avvocato Marcellini – che ha sempre smentito la cosa senza smentire per davvero – avrebbe fatto sapere al pubblico ministero, Nicola Marvulli, e quindi alla Parte Civile, che Lorenzo Bozano gli confidò di avere ucciso, senza volontà omicidiaria, Milena Sutter.

Ricordo ancora quando, nel 2011, nello studio dell’avvocato Alfredo Biondi, che fu ministro della Giustizia con Berlusconi premier, proprio Biondi mimò la scena in cui Bozano stringe al collo e uccide, senza premeditazione e probabilmente senza volontarietà, Milena Sutter.

Dopo un lungo e approfondito studio del caso, ritengo l’ipotesi dei colpevolisti una scelta di comodo per non arrivare – c’entri o meno Bozano – alla verità sostanziale dei fatti.

Attorno a quella narrazione giudiziaria è stata creata tutta la costruzione mediatica dal 1971 a oggi. Un imbroglio colossale che si è avvalso di quel mezzo persuasivo che si chiama storytelling giudiziario

Terzo elemento. Un giornalista, oggi scomparso, mi rivelò che andò lui a spiegare al presidente della Corte d’Assise d’Appello di Genova, De Vita, l’ordine con cui interrogare i testimoni.

“Solo così la vicenda aveva un senso”, mi fece notare il giornalista. “In primo grado, l’ordine dei testimoni aveva indotto la giuria in confusione”.

IL CALENDARIO DEL PROCESSO DECISO DA ESTERNI

Ci rendiamo conto di cosa è successo? Un giornalista nel 1975 è andato a spiegare a un presidente di Corte d’Assise come si calendarizza un processo.

La fonte di quella confidenza è autorevole, questo è certo: è colui che l’ha fatta ed è persona che ben conosceva il caso. Ho nota e prova di quanto mi ha rivelato quel giornalista, affermando così un’ingerenza esterna nei lavori della Corte

La domanda che mi sono fatto, però, è un’altra: chi ma mandato il giornalista a parlare con il giudice, facendogli dire come condurre il processo d’appello?

Come si può notare, Lorenzo Bozano aveva più elementi per gettare discredito sulla sentenza che l’ha condannato all’ergastolo.

Se poi vi aggiungiamo la testimone mai ascoltata, l’amica del cuore di Milena, e la perizia medico-legale non scientifica, il quadro è (quasi) completo.

Bozano non ha mai attaccato in modo diretto la sentenza d’appello; né ha mai denunciato di NON avere avuto un giusto processo.

Lorenzo Bozano si è limitato a ribadire la sua innocenza e a raccogliere un voluminoso dossier che raccoglie la sua verità sul caso di Milena Sutter.

I colpevolisti si sono lamentati del suo protestare, qui e là, sui giornali. Sapessero che le carte cheBozano aveva in mano, avrebbero taciuto. 

Caso Sutter - Bozano. Piano di rapimento per il sequestro di Milena Sutter - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

Lo storytelling del giudice istruttore: imbroglio numero 25

C’è un verbo, nella sentenza del giudice istruttore, Bruno Noli, emessa nel 1972, che mi ha acceso la lampadina del dubbio: “sovvenire“. 

Il giudice istruttore, nella vecchia procedura penale, era colui che conduceva l’inchiesta formale nei casi complessi, come un sequestro o un omicidio.

Il giudice istruttore aveva un potere enorme: poteva decidere quali casi portare avanti; e quali “insabbiare” in qualche cassetto minore dell’armadio dell’ufficio istruzione in tribunale.

Da parte sua, il verbo “sovvenire” – di chiara derivazione francese – viene introdotto nell’italiano, per la prima volta, da Alessandro Manzoni, con il romanzo I promessi sposi.

Mi sono allora chiesto: “Vuoi mai che il giudice istruttore abbia velleità letterarie e ami indugiare nel racconto di fantasia là, come accade nei casi giudiziari di tipo indiziario, dove la scienza non lo aiuta? O là dove vuole dribblare scienza e logica per arrivare ai risultati che ha in mente?”.

Ebbene, la risposta è in due ricerche che ho affidato a due laureate del corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo dell’Università degli Studi di Verona.

La prima ricerca – sotto il mio controllo scientifico – è stata condotta dalla dottoressa Deborah Melotti sulla parte di logica e argomentazione giuridica della sentenza con cui il giudice istruttore rinvia a giudizio Lorenzo Bozano, per il sequestro e omicidio di Milena Sutter.

La conclusione è sconcertante nella sua semplicità: nessuna argomentazione del giudice Noli, quanto agli indizi contro Lorenzo Bozano, ha fondamento logico.

Il giudice istruttore in tutte le sue conclusioni non ne azzecca una, per dirla con linguaggio corrente. Non vi sono certezze nella sentenza del giudice Noli.

Le conclusioni, a cui giunge con i suoi ragionamenti, sono:

  • “fallacie” (errori nascosti nel ragionamento che comportano la violazione delle regole di un confronto argomentativo corretto);
  • oppure “abduzioni” (inferenze, deduzioni che consentono al più di formulare ipotesi esplicative non certe, ma il più probabili possibile).

STORYTELLING GIUDIZIARIO ANZICHE’ FATTI E LOGICA

La seconda ricerca è della dottoressa Raffaella Fornaciari, che ha analizzato la sentenza del giudice istruttore Noli dal punto di vista dello Storytelling.

La conclusione della ricerca ci dice che il giudice Noli, nell’esporre i fatti per giustificare il rinvio a processo di Lorenzo Bozano, è un “narratore di tipo onnisciente”.

Il giudice istruttore è un narratore che viene definito “ingombrante”: anziché lasciare che le azioni e i personaggi parlino da sé attraverso il racconto, interviene facendo sentire la propria “voce”. Il narratore decide anche come e in che luce presentare i personaggi. A cominciare da Lorenzo Bozano.

Siamo in pieno storytelling giudiziario, con la sentenza del giudice istruttore, del 1972. Una storia, non un insieme di fatti logicamente presentati e di conclusioni argomentate in modo corretto.

Il problema è che quella sentenza-storytelling ha due conseguenze:

  • influenza in modo determinante, sino a oggi, la narrazione sul “Caso Sutter” e su Lorenzo Bozano fatta dai media e creduta dalla pubblica opinione;
  • sta alla base della sentenza di condanna di Bozano all’ergastolo, tant’è che viene saccheggiata a piene mani dai giudici dell’appello che in dibattimento nulla aggiungono a quanto si sapeva.

Anzi, sappiamo – dalla dichiarazione di un giornalista citato prima – che il dibattimento è stato calendarizzato, nell’ascolto dei testimoni, secondo gli ordini arrivati dall’esterno.

La domanda è: dov’era la Suprema Corte di Cassazione nel doveroso controllo di legittimità sentenza d’appello? Dov’è il rispetto della Costituzione, a cui l’avvocato Consoli si era peraltro ispirato con la sua protesta in aula, nel 1975, arrivando a togliersi la toga?

Si badi bene, che tutto questo NON vuol dire che Lorenzo Bozano sia innocente oltre ogni ragionevole dubbio. Vuol dire qualcosa di più grave, che può capitare a chiunque: ovvero, di non avere un “giusto processo”.

Se uniamo le carenze logiche della sentenza con la narrazione soggettiva dello “storyteller” giudice Noli, abbiamo il quadro.

IL RACCONTO DEI MEDIA

Il processo a Lorenzo Bozano – e il racconto dei media – sono stati costruiti solo su una “storia” che nulla ha di scientifico e che non aderisce, in modo logico, all’esatto e veritiero svolgersi dei fatti.

Il problema, oltre che a livello giudiziario, si pone a livello di pubblica opinione: il giudice istruttore – il Narratore – è colui che detta l’agenda, i contenuti, i personaggi e le azioni delle narrazioni mediatiche.

Quelle narrazioni frutto di fantasia e non di logica sono apparse sui giornali nel 1971. E sono state tirate fuori dai cassetti anche in occasione della morte improvvisa di Lorenzo Bozano, il 30 giugno del 2021.

A mezzo secolo di distanza, insomma, stiamo qui ad ascoltare la stessa storia dello stesso storyteller che ci racconta quello che gli fa comodo, senza rispettare le leggi della logica. 

Come ci ammonisce il film I segreti di Wind River: “Ti concentri sugli indizi, ma ti sfuggono le tracce”.

Il film racconta dell’uccisione di una giovane donna fra i nativi americani dello Wyoming; e di ciò che vi sta dietro. Nulla è come, all’inizio, appare.

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Le omissioni di Polizia e Carabinieri: imbroglio numero 26

Il primo agosto del 1971, Polizia e Carabinieri di Genova fanno il punto delle indagini sulla sparizione e morte di Milena Sutter, avvenuta il 6 maggio 1971. 

Più logico e aderente alla scienza, per la verità, è affermare che Milena Sutter scompare il 6 maggio del 1971, a Genova, dopo essere uscita – alle ore 17 – dalla Scuola Svizzera.

Quanto alla morte della ragazzina di origini svizzere, la Medicina Legale non può datare in modo scientifico quando sia avvenuta

E’ ragionevole pensare che Milena Sutter sia morta fra il 6 e il 13 maggio del 1971, non potendosi datare – ci dicono gli studiosi di Medicina Legale – con precisione il decesso di una persona seppellita in mare; e riemersa dopo due settimane esatte dalla sparizione.

Polizia e Carabinieri – con la Questura che fa, attraverso la Squadra Mobile, da “dominus” delle indagini – redigono un rapporto dove elencano le piste alternative a Lorenzo Bozano che sono state esaminate: 16, in tutto.

Di fatto, non sono piste alternative, dato che si tratta solo di un resoconto dei controlli e delle ricerche fatte.

Non vi sono quadri indiziari o ipotesi investigative alternative a Lorenzo Bozano: è lui l’unico sospettato; è lui l’unico ad essere esaminato a fondo.

Una prova, oltre ogni pregiudizio o dubbio, che le indagini non sono state svolte in modo accurato – e che si sono evitate, con cura, piste scomode – la troviamo proprio nel report firmato dagli investigatori di Polizia e Carabinieri.

“CLAUDIO MY LOVE”, CHI E’ COSTUI?

Nel diario personale di Milena possiamo leggere che, assieme all’amica del cuore Isabelle, la giovane Sutter il sabato frequentava il Park Tennis, la pista di pattinaggio e il Centro Nuoto di Genova.

Sul suo diario, Milena scrive di aver conosciuto Claudio, che si accompagnava ad altri tre amici di cui fa i nomi. Claudio compare anche sulla cartella della scuola di Milena, la borsa a tracolla che viene trovata il 9 maggio 1971 su un vaso di fiori di Corso Italia, a Genova.

“I love Claudio”, “Claudio my love”, possiamo leggere sulla borsa della scuola. Si tratterebbe di un innocente innamoramento, quelle cose che accadono in adolescenza.

Milena era infatti un’adolescente – non una “bambina”, come colpevolisti e imbonitori si ostinano a far credere attraverso i giornali – con i turbamenti di quell’età, come ci racconta lo stesso giudice istruttore, Bruno Noli.

Un dato di fatto c’è: Milena Sutter, assieme all’amica Isabelle, fa amicizia con Claudio (e con i suoi amici).

Un’amicizia che ha una sua importanza, certo più meritevole di attenzione delle fuggevoli conoscenze dei ragazzi che fuori della Scuola Svizzera cercano di attaccare discorso con Milena e le sue compagne.

Ebbene, cosa leggiamo sul report di Polizia e Carabinieri? Ecco il testo, che visti i dati di fatto, si commenta da solo: “Indagini esperite alla Piscina e Park Tennis. Milena Sutter frequentava al sabato il Park Tennis di via Zara dalle ore 9.30 alle 10.15 e la Piscina alle 10.30 alle 11.30. Non è emerso che abbia fatto amicizie o compagnie di gruppo”.

“Claudio My Love”, conosciuto proprio il sabato mattina a novembre 1970, dov’è finito? Eppure Milena l’ha conosciuto e poi rivisto nelle settimane successive.

Credo che basti questo per dubitare – sul piano scientifico e della verità sostanziale dei fatti – di questi e altri report degli inquirenti.

LA FIGURA INQUIETANTE DEL VICECAPO DELLA MOBILE

Da notare poi la figura del vicecapo della Squadra Mobile di Genova: Arrigo Molinari.

Molinari è quello che agiva sul campo per conto del capo della Mobile, Angelo Costa. Era lo stesso che faceva filtrare le informazioni ai giornalisti.

Arrigo Molinaritessera della P2 numero 767, coinvolto anche nell’organizzazione paramilitare Gladio – è noto per come si comportò, quale capo della Squadra Mobile, in occasione del suicidio, il 27 gennaio 1967, del cantautore Luigi Tenco.

Ecco cosa scrive, in un articolo del Corriere della Sera, il giornalista Mario Luzzatto Fegiz sull’investigatore Molinari, in occasione del caso Tenco: “Quella notte successe di tutto. Il corpo di Tenco fu spostato dal commissario Molinari senza essere fotografato. Poi fu riportato nella stanza per le foto”.

Prosegue l’articolo: “In seguito Ugo Zatterin, presidente della giuria e dirigente Rai, fece pressione al commissario Arrigo Molinari per chiudere rapidamente l’inchiesta e non danneggiare l’immagine del Festival. Non seguirono le indagini e il caso venne chiuso in fretta. Troppo in fretta”.

L’alibi di Lorenzo Bozano: imbroglio numero 27

Lorenzo Bozano aveva un alibi, per quel pomeriggio del 6 maggio 1971? E’ un giovedì, quando Milena Sutter sparisce alle 17 all’uscita della scuola. La risposta è negativa.

Sull’alibi mi sono spesso confrontato con Lorenzo Bozano. La sua posizione è sempre stata questa: “Quel pomeriggio ho gironzolato fra i grandi magazzini – Standa, Upim, Rinascente – e via XX Settembre”. 

Aveva lasciato gli amici del bar di via Caprara intorno alle 16.30. E si era messo – sostiene lui – a vagare nel centro di Genova. Cosa faceva? Perdeva tempo. Fancazzismo puro.

Io gli ho ribattuto che, pur non potendo essere stato notato da alcun conoscente, qualcosa doveva ricordare di quelle orefra le 16.30 e le 19.30 – di cazzeggio da perdigiorno.

Lorenzo Bozano avrebbe dovuto ricordare un dettaglio in un grande magazzino; qualche persona strana per strada; un particolare che l’aveva colpito.

Penso che Lorenzo Bozano – se estraneo alla sparizione di Milena Sutter – quel pomeriggio possa essersi trovato in una situazione imbarazzante. Possa essere stato in compagnia di qualcuno di cui non voleva rilevare il nome.

Non sarebbe il primo a farlo. Se qualcuno conosce il caso di Carlo Corbisiero – negli Anni Trenta – sa che Corbisiero si fece 19 anni di carcere senza rivelare il suo alibi: un testimone che, trattandosi di un contrabbandiere di bestiame, non andava tradito; e non era credibile.

Poi, grazie a uno scrupoloso maresciallo dei Carabinieri, la vicenda di Corbisiero, nel 1954, cambierà in modo radicale.

Alla mia citazione del caso di Corbisiero, Lorenzo Bozano mi ha risposto in modo deciso: “Ti pare che avrei rischiato l’ergastolo, per non rivelare la compagnia di qualche persona in una situazione di imbarazzo?”.

LE IPOTESI SULL’ALIBI DI BOZANO

Al che ho fatto presente a Lorenzo Bozano che la questione era mal posta. Se egli era estraneo alla scomparsa della giovane Sutter, doveva essere accaduto questo:

  • Lorenzo Bozano passa il pomeriggio in compagnia di una persona di cui non vuole o non può rivelare il nome, per evitare di screditarsi;
  • Lorenzo Bozano non porta quella persona e quella situazione come alibi, perché non gli serve dato che prima del 20 maggio 1971 non viene incriminato;
  • Lorenzo Bozano viene arrestato, dopo il ritrovamento del corpo di Milena (il 20 maggio), ma sapendosi innocente è certo che sarà assolto senza dover rivelare il suo segreto;
  • Lorenzo Bozano viene assolto nel 1973, al processo di primo grado;
  • Lorenzo Bozano viene condannato nel 1975, in appello e oltretutto in contumacia. Il suo alibi ormai non avrebbe alcun valore, essendo egli marchiato come bugiardo matricolato, maniaco e assassino da stampa e inquirenti e giudici

Da rilevare che sui movimenti di Bozano, quel pomeriggio del 8 maggio 1971, non vi sono testimonianze raccolte nei grandi magazzini Upim e Standa.

Nel fascicolo processuale ci sono testimonianze raccolte dalla polizia alla sola Rinascente.

Non si può dire che gli investigatori si siano sbattuti molto per accertare la sua presenza nei luoghi da lui indicati. Né Bozano si è dato da fare in quel senso.

Caso Sutter - Lorenzo Bozano - settimanale Oggi - 30 ottobre 1974 - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

I trascorsi di Lorenzo Bozano: imbroglio numero 28

Il rapporto di Polizia e Carabinieri dell’agosto 1971 – che ho mostrato di essere lacunoso da un lato e di essere stato comunque influenzato da un investigatore di nessuna credibilità come Arrigo Molinari – elenca una serie di fatti attribuiti a Lorenzo Bozano da giovane.

Alcuni fatti hanno rilevanza penale: reati minori, spia comunque di un certo disagio giovanile.

Ecco cosa mi ha spiegato nel 2010 il professor Andrea Arata, neuropsichiatra di Genova che si occupò per la difesa (senza essere mai stato pagato) della perizia psichiatrica di Lorenzo Bozano: “Lorenzo non era una persona borderline. E non era un delinquente. Aveva comportamenti censurabili, per la morale del tempo, che oggi ritroviamo in molti giovani”.

Altri fatti che incidono sul giudizio sulla persona Lorenzo Bozano, confondono personalità criminale e censura morale:

  • I palpeggiamenti, a 15 anni, a un gruppetto di ragazzine;
  • il vantarsi di guardare con uno specchietto sotto le gonne (assai corte, a quel tempo) delle donne ai grandi magazzini;
  • l’opinabile denuncia di quattro giovani donne spuntate dal nulla in occasione del processo per il Caso Sutter

Tutto questo crea il “Personaggio Bozano”, come lo definisce la criminologa Laura Baccaro. Qui non sappiamo quando cominci l’analisi fondata; e quanto invece pesi la narrazione interessata.

L’abbiamo visto anche con Massimo Giuseppe Bossetti, per il caso di Yara Gambirasio: nei processi indiziari si punta subito a distruggere la persona sospettata, indagata e poi imputata.

Nel caso di Lorenzo Bozano, viste le sue intemperanze giovanili e alcune violazioni della legge, l’operazione è stata facile. Farlo diventare il Perfetto Colpevole è diventata una passeggiata, grazie al ruolo dei media in questa vicenda criminale.

IL PERSONAGGIO BOZANO E LA “PERSONA LORENZO”

Sui trascorsi giovanili di Lorenzo Bozano – usati, come la vicenda di Livorno del 1997, per costruirne la figura del maniaco sessuale – voglio solo ricordare tre punti:

  • il padre Paolo Bozano: figura di nessuna attendibilità, sulle cui lettere gli inquirenti e i periti dell’accusa hanno avuto vita facile per criminalizzare Lorenzo Bozano;
  • i servizi sociali e il loro giudizio sul giovane Lorenzo, giudizio che dissente rispetto a quello formulato dal padre Paolo Bozano. Il giudizio dei servizi sociali, ovvero professionisti esperti e non padri in ansia, tuttavia, non viene considerato né dagli inquirenti, né dalla stampa;
  • la perizia di Laura Baccaro su Lorenzo Bozano, che smentisce la favola del “deviato sessuale”. Che Lorenzo Bozano abbia violato in alcuni casi la legge e abbia avuto comportamenti assai sconvenienti e censurabili, lo ammetteva pure lui ed è un dato di fatto. La costruzione del “Mostro” è invece un’operazione per seminare nebbia, anziché scomode certezze.

Un giornalista torinese mi disse nel 2010, quando conoscevo assai poco del caso: “Lorenzo non è stato certo una brava persona. Ma non credo in alcun modo che sia stato un assassino“.

Anche questo è solo un giudizio di un giornalista. Ha il difetto di non avere fondamento, come tutti i giudizi dei media su Bozano. Ha il pregio di essere stato emesso da un giornalista libero e indipendente da interessi.

La memoria di Parte Civile: imbroglio numero 29

“Perché gli avvocati di Parte Civile non mi hanno chiamata a testimoniare al processo?”. Questo si chiede Isabelle, amica del cuore di Milena, nel colloquio con la criminologa Laura Baccaro, che viene riportato nel libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media.

“Perché neppure la difesa di Lorenzo Bozano mi ha chiamata a testimoniare?”, incalza poi Isabelle.

La scelta degli avvocati della difesa di Bozano, al primo processo, merita altri approfondimenti.

Qui voglio concentrarmi sugli avvocati di Parte Civile, perché la loro Memoria – un dossier di centinaia di pagine – in vista del processo in Corte d’Assise d’Appello del 1975, contiene una precisa richiesta: quella di ascoltare Isabelle.

L’attacco degli avvocati di Parte Civile contro una ragazza come Isabelle, neppure 15 anni nel maggio del 1971, è sconcertante. Il loro accanimento, contro la ragazzina Isabelle, rasenta l’indecenza.

Ancor più indecente è che alle dure parole contenute nella Memoria di Parte Civile contro Isabelle (e contro la sua famiglia) faccia seguito la successiva rinuncia a chiedere di convocare Isabelle al processo in Appello. 

Quegli avvocati sono tutti defunti. Viene da domandare loro: “Ci avete preso in giro?”.

Non solo. La stessa Corte d’Assise d’Appello di Genova, che nel 1975 processa Bozano in contumacia, rigetta la richiesta dell’avvocato della difesa, Giovan Battista Gramatica, di ascoltare in udienza Isabelle.

L’ATTACCO DEGLI AVVOCATI CONTRO UNA RAGAZZINA

Ecco qui una perla dalla Memoria di Parte Civile. Quella Parte Civile, che – avendo fondati motivi per un giudizio di colpevolezza da parte della Corte d’Assise d’Appello – prima lancia sassi contro una minore indifesa, Isabelle. E poi nasconde la mano.

“Indubbiamente Isabelle sapeva qualcosa. Egualmente fuor di dubbio è che il padre di essa, nel timore che la figlia potesse venir coinvolta nel caso, volle dimenticare ogni dovere civile pur di evitare pubblico scandalo che avrebbe potuto pregiudicarlo”, scrivono gli avvocati di Parte Civile, nella Memoria presentata per l’appello contro la sentenza di assoluzione di Lorenzo Bozano.

“Noi non diciamo che Isabelle fu complice volontaria di Bozano; noi temiamo, invece, che essa ne sia stata la complice involontaria“, sottolineano i legali dei Sutter.

Credo sia evidente quanto queste frasi si commentino da sole, se poi sono seguite dalla rinuncia a far testimoniare l’amica di Milena al processo.

Quel che getta un’ombra scura sulla sentenza del 1976, è che la Corte d’Assise d’Appello impedisce poi all’avvocato di Bozano di chiamare a testimoniare Isabelle

La domanda da porsi viene, credo, logica: chi ha deciso di ostacolare la presenza di un possibile testimone a discarico? Lo stesso giornalista che ha suggerito il calendario delle udienze?

IL DIRITTO A UN GIUSTO PROCESSO

Quella del 1975, a Genova, in Assise, è la Corte che ha mandato – non sappiamo se colpevole o innocente – un uomo all’ergastolo violando, così, il diritto costituzionale a un giusto processo.

Ricordiamo l’articolo 111 della Costituzione, terzo comma, tanto per non dimenticare.

L’articolo è frutto di una legge costituzionale del 1999. Credo legittimi un giusto diritto di “revisione” – almeno sul piano storico – del pronunciamento della Corte d’Assise d’Appello di Genova contro Lorenzo Bozano, nel 1975.

Il comma dell’articolo 111 che ci interessa è alquanto lungo. Ne tolgo la parte che non ha attinenza con il caso di Bozano.

“Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato (…) abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo”.

Credo che questo 30^ imbroglio chiarisca un dato di fatto: il “Caso Bozano” non è chiuso con la sua morte.

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L’amica del cuore di Milena: imbroglio numero 30

Su Isabelle, quasi 15 anni nel maggio del 1971, voglio richiamare quanto Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica, ha raccolto da una serie di colloqui avvenuti nell’anno 2017 e all’inizio del 2018.

Gli esiti di quel colloquio sono riportati nel capitolo conclusivo del libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media che ho scritto con la professoressa Baccaro.

Quel capitolo è inserito nella sezione del libro intitolata: L’ombra di un’altra verità.

Sintetizzo alcune informazioni che Isabelle fornisce nel dialogo con la professoressa Laura Baccaro:

  • La giovane Isabelle fu interrogata dalla Questura genovese, che svolgeva le indagini con ruolo di dominus sulle altre forze impiegate (Carabinieri e Polizia locale), per due settimane. A interrogare Isabelle c’erano anche gli avvocati di Parte Civile. La ragazza, amica del cuore di Milena, fu sottoposta a uno stress considerevole. 
    Gli inquirenti e gli avvocati di Parte Civile volevano a tutti i costi che Isabelle affermasse un coinvolgimento di Bozano nella vicenda.
  • Isabelle uscì dalla Scuola Svizzera, il 6 maggio 1971, alle 15.30. Prese il pullmino della scuola e tornò a casa. Non è vero che promise alla madre di Milena, dalla cui famiglia era stata in pausa pranzo prima del rientro pomeridiano alla scuola, che avrebbe accompagnato l’amica a casa. Isabelle saltò la lezione di cucito, tenuta dalla segretaria Melani, perché non era interessata al cucito; mentre invece Milena era molto brava e lavorava a un tappeto.
  • Isabelle non ha mai visto né conosciuto Lorenzo Bozano. Non l’ha mai notato fuori della Scuola Svizzera, come del resto le compagne di Milena. Essendo Isabelle sempre accanto a Milena all’uscita della scuola, tranne quel 6 maggio 1971, è quindi sicuro che Milena non conoscesse né avesse mai visto, di sicuro prima del 6 maggio, Lorenzo Bozano.
  • Isabelle afferma che “Milena non sarebbe mai salita sulla spider di Bozano. Lui, a 24 anni, era troppo vecchio per poter interessare o fare amicizia o dare confidenza a ragazze come noi di 13 e 14 anni”.
  • Isabelle si chiede come mai “non fui chiamata a testimoniare al processo a Lorenzo Bozano, in Corte d’Assise, nel 1973″. Smentisce così chi sostiene che lei e la sua famiglia “scapparono” per sottrarsi alle indagini e al processo.
  • Isabelle denuncia il fatto che lei e la sua famiglia sono state vittime sia di una pressione spropositata degli inquirenti; sia di un’aggressione mediatica senza precedenti che l’ha molto provata e fatta soffrire.

UNA TESTIMONE SCOMODA, PER QUESTO MAI ASCOLTATA

Emerge, dalla lucida e coraggiosa posizione della signora Isabelle, nei colloqui con la criminologa Laura Baccaro, il comportamento di inquirenti e giudici.

Inquirenti e giudici non erano tesi a scoprire la verità sostanziale dei fatti, ma a incastrare Lorenzo Bozano.

Siccome la testimonianza di Isabelle non era funzionale a quel disegno, non è stata chiamata a deporre in aula: né in primo grado (anno 1973), tanto meno in appello (anno 1975).

Questo dato compromette – di per sé – il valore sia delle indagini sul Caso Sutter; sia l’equità dei processi a cui Lorenzo Bozano fu sottoposto.

Quanto ai giornali genovesi, anche in questa circostanza si sono distinti per la loro assenza e parzialità nel raccontare le indagini. C’è solo il giornalista Carlo Bancalari che va ad ascoltare Isabelle, nel giugno 1975, all’estero dove risiede.

Peccato che lo faccia quando il processo d’appello a Lorenzo Bozano – un processo non valido sul piano etico e con un verdetto già scritto prima di cominciarlo – è già arrivato a sentenza. Possiamo parlare di una stampa a orologeria? Direi proprio di sì.

Caso Milena Sutter - Lorenzo Bozano - libro Il Biondino della Spider Rossa sul sequestro e omicidio di Milena Sutter - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

Caso Sutter-Bozano: la lettura a quattro livelli

Non mi sono mai piaciute le dietrologie, anche se sulla vicenda di Milena Sutter, del maggio 1971, ho raccolto, in quasi undici anni di studio rigoroso, molte ipotesi e molte confidenze.

Quanto vado scrivendo, a conclusione di questo terzo articolo sui “50 imbrogli” (intesi come vicende confuse e ingarbugliate) presenti nel Caso Sutter-Bozano, si basa su dati di fatto.

Possiamo distinguere quattro livelli nella narrazione del caso di Milena Sutter e nel caso di Lorenzo Bozano: due vicende separate – non la stessa vicenda, sia chiaro – che a un certo punto vengono fatte convergere dallo storytelling mediatico prima ancora che da quello giudiziario:

  • il primo livello è quello dell’accadimento dei fatti: le persone coinvolte (Milena, Lorenzo, eventuali altri offender), la successione degli eventi, le cose presenti nel dramma scenico della vicenda;
  • il secondo livello è quello della narrazione dei due casi – Sutter e Bozano – e del loro intersecarsi, attraverso le carte giudiziarie dell’istruttoria; e attraverso i media che da un lato anticipano e dall’altro divulgano gli esiti giudiziari. Una narrazione che ha nel giudice istruttore, Bruno Noli, la figura del Grande Narratore;
  • il terzo livello è quello dei suggerimenti che vengono fatti sia a chi indaga e fa istruttoria, sia ai giornali (attraverso i “soffietti”, come si dice in gergo, ai giornalisti). Qui abbiamo il Grande Suggeritore, che non è una sola persona, ma un gruppo coordinato di soggetti mirati a orientare e sostanziare la narrazione, sia giudiziaria che mediatica;
  • il quarto livello è quello degli Sconosciuti, ovvero di coloro che hanno a vario titolo beneficiato del lavoro del Grande Narratore e di quello del Grande Suggeritore. Gli Sconosciuti sono come il “mondo delle idee” del filosofo Platone: non si vedevano, ma c’erano.

NARRAZIONE E DELITTI CONTRO LA VERITA’ (E LA LOGICA)

Perché è interessante aver presente questo quadro concettuale dei “quattro livelli della narrazione”?

Perché, a chi ha a cuore la lettura approfondita di carte giudiziarie e carte dei giornali e rappresentazione dei media, consente di comprendere come il caso è stato costruito e come è stato narrato.

Per il caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano possiamo affermare quanto René Girard (1923-2015), critico letterario, antropologo e filosofo francese, scrive nel primo capitolo della sua opera più famosa: Il capro espiatorio (anno 1982).

Ecco il testo di Girard: “In questo genere di testi, più le accuse sono inverosimili, più rafforzano la verosimiglianza dei massacri“.

Poi Girard prosegue: “Il documento decisivo è quello di persecutori abbastanza ingenui da non cancellare le tracce dei loro crimini“.

Nel Trecento e a metà Seicento, tempi a cui Girard si riferisce nel libro Il capro espiatorio, ci si poteva riferire ai “persecutori” come a degli ingenui.

Oggi i persecutori sono supponenti e arroganti: proprio la loro supponenza, il senso di superiorità, l’assenza di compassione umana (mista all’arroganza) rende di facile lettura ed evidenti i loro “crimini contro la verità sostanziale dei fatti”.

L’aver definito Lorenzo Bozano un “killer”, su certa stampa e in occasione della sua morte improvvisa il 30 giugno 2021 all’Isola d’Elba, illumina a giorno proprio quel “crimine contro la verità sostanziale dei fatti” che è stata la ricostruzione giudiziaria e mediatica del Caso Sutter-Bozano.

Maurizio Corte
corte.media

Sui 50 imbrogli contro la verità leggi anche gli articoli: 
Caso Sutter-Bozano: 50 imbrogli contro la verità / 1^
Caso Sutter-Bozano: 50 imbrogli contro la verità / 2^