Prima del processo ai capi del Terzo Reich, il dottor Kelley studia il male: la loro è follia o scelta?
Ventidue celle. Una perizia psicologica. Un processo epocale. Nuremberg (2025) porta sullo schermo un confronto sepolto dal tempo: quello tra lo psichiatra di Norimberga Douglas Kelley e Hermann Göring, Maresciallo del Reich.
Il dramma storico è ambientato nel 1945: prima del processo per crimini contro l’umanità, Kelley, medico statunitense, viene chiamato per valutare la sanità mentale dei gerarchi nazisti.
Questo incarico si trasforma però presto in un duello mentale con l’ex braccio destro di Hitler: un uomo che aveva “le mani in pasta” in ogni aspetto del Reich.
Seguendo il libro Il nazista e lo psichiatra del giornalista Jack El-Hai, il film ripercorre inoltre un lavoro che va oltre la perizia psichiatrica, diventando un’indagine sulla natura del male.
Fin dall’inizio, Kelley intuisce infatti di non trovarsi davanti a semplici criminali da valutare, ma a esseri umani da comprendere.
Le celle diventano così spazi di osservazione forense e i prigionieri oggetto di uno studio destinato a segnare la storia della psicologia criminale.
Presentato al Toronto International Film Festival e accolto da una standing ovation, Norimberga (Nuremberg) ha debuttato nelle sale italiane il 18 dicembre 2025, a ridosso dell’ottantesimo anniversario del processo.
“NORIMBERGA”, FILM SULLA PSICOLOGIA CRIMINALE
Diretto da James Vanderbilt, il film vede come protagonista Russel Crowe nei panni di Hermann Göring, una delle figure centrali del Terzo Reich. L’uomo è ritratto nei giorni che precedono il processo dei vinti, fino alle sue dichiarazioni in aula.
A vestire i panni dello psichiatra di Norimberga è invece Rami Malek, premio Oscar per Bohemian Rhapsody.
Accanto ai due protagonisti, il dramma storico presenta inoltre un cast di primo piano:
- Michael Shannon è Robert H. Jackson, procuratore capo statunitense;
- Leo Woodall interpreta Howie Triest, psichiatra, collega e traduttore di Kelley;
- Colin Hanks è Gustave Gilbert, psichiatra dalle tesi antagoniste.
Il risultato è un film che «esplora il fragile confine tra giustizia e vendetta all’indomani di atrocità indicibili». Una storia che prova a «dialogare con l’oggi».
Lo psichiatra di Norimberga: Douglas Kelley e la psicologia forense
Mondorf-les-Bains, Lussemburgo. Nel 1945 il Palace Hotel passa dall’essere un lussuoso albergo termale a una prigione per gli imputati nazisti. Il suo nome in codice è Ashcan, “immondizaio”.
Operativo da maggio ad agosto, Ashcan diventa dimora forzata per ottantasei leader del regime, fino al loro trasferimento a Norimberga: città tedesca legata alle leggi razziali. Il destino di questo luogo sta però per cambiare.
Le potenze Alleate scelgono infatti la città bavarese per svolgere il processo ai vinti, all’interno di uno dei pochi edifici ancora in piedi: il Palazzo di Giustizia.
Prima di entrare in aula è tuttavia necessario svolgere un passaggio preliminare: accertare la capacità mentale degli imputati.
Solo una condanna ottenuta tramite un regolare procedimento — scrive il Segretario di Stato statunitense Cordell Hull — può infatti garantire «l’avallo della Storia».
È in questo contesto che lo psichiatra Douglas Kelley inizia il suo viaggio nella mente dei nazisti.
DAI CAMPI DI BATTAGLIA A NORIMBERGA
Come medico dell’Esercito degli Stati Uniti, Kelley trascorre la guerra curando soldati affetti da disturbo da stress post-traumatico. Un lavoro immenso.
Secondo il giornalista Jack El-Hai, infatti, tra Pearl Harbour e la fine del conflitto, l’esercito statunitense registra un «milione centomila traumi psichiatrici invalidanti». Le cause sono la paura e lo stress.
Dopo la fine del conflitto, il ruolo del medico militare però cambia: Kelley viene inviato in Europa per valutare la sanità mentale di 22 alti funzionari del Reich in vista del loro processo.
In cinque mesi, lo psichiatra di Norimberga conduce oltre cento ore di colloqui. Affiancato dal collega e interprete John Dolibois, trasforma così le celle in laboratori di osservazione clinica.
La sua fame di conoscenza è inoltre evidente: Kelley vuole capire. Vuole rispondere alle domande che il mondo si sta ponendo: i nazisti erano affetti da un disturbo mentale comune? «Esisteva una “personalità nazista” che giustificasse la loro scelleratezza?
Per entrare in questo territorio minato, il medico sceglie un “paziente zero”: Hermann Göring, ex Maresciallo del Reich.
HERMANN GÖRING, LEADER DI NORIMBERGA
In alta uniforme a confezionare i suoi 135 chili, nel 1945 Göring entra in carcere con una dozzina di valige colme di oggetti di lusso: medaglie tempestate di gemme, anelli di diamanti, svastiche sontuose, biancheria di seta.
L’uomo è ignaro del destino che lo attende. O, forse, il suo egocentrismo gli impedisce di concepire un universo in cui non possa vestire i panni di Comandante della Luftwaffe.
Narcisista, spietato, indifferente a chiunque: Kelley non si spreca in aggettivi per descrivere Göring. Tuttavia, l’uomo gli appare anche lucido, brillante, consapevole.
La psiche del prigioniero incanta così il medico, tanto da dichiararlo «la personalità più affascinante del carcere».
«Solo un uomo così attraente, capace e geniale, che aveva distrutto e stroncato la vita di tante persone» poteva infatti guidarlo «verso le regioni dell’animo umano che era impaziente di esplorare».
TOSSICOMANI IN DIVISA
L’uso della droga in guerra è una condizione comune in ogni epoca e luogo: dall’antica Mesopotamia al Terzo Reich. Molti prigionieri di Norimberga ne ha fatto i conti, a partire da Göring.
Nel dopoguerra, l’ex Reichsmarschall è infatti dipendente dalla paracodeina: antidolorifico e narcotico con un potenziale di assuefazione simile alla morfina. In valigia nasconde quasi l’intera scorta mondiale della sostanza.
Questa dipendenza gli provoca «notevoli sbalzi di umore», accentuando anche «la sua tendenza all’egocentrismo, alla magniloquenza e alla vistosità nell’abbigliamento e nell’aspetto».
Per disintossicarlo, Kelley sfrutta allora il suo narcisismo. Lo convince che smettere sarebbe stato facile per un uomo della sua tempra. Göring reagisce con entusiasmo.
Alla fine, il medico arriva perfino a dubitare della reale dipendenza del paziente. Non si era però accorto di quanto lui lo stesse influenzando: attraverso le lusinghe professionali, il prigioniero aveva preso il controllo del gioco.
IL VERDETTO DELLO PSICHIATRA DI NORIMBERGA
Per valutare gli imputati, Douglas Kelley applica un approccio clinico multiplo, combinando strumenti diagnostici diversi:
- il test di Rorschach, strumento psicologico utilizzato per esplorare la personalità e il funzionamento emotivo attraverso l’interpretazione di macchie d’inchiostro;
- i test di appercezione tematica, tramite l’interpretazione di immagini;
- la valutazione del quoziente intellettivo.
Per instaurare un rapporto di fiducia, inoltre, utilizza trucchi di magia, già sperimentati in ambito terapeutico a San Francisco.
Nel portare a termine le perizie, infine, lo psichiatra di Norimberga trasforma il suo incarico in una missione: utilizzare la psichiatria per decodificare il nazismo e per prevenire il ripetersi di simili atrocità.
I risultati delle sue valutazioni tuttavia contrastano con le aspettative iniziali: il medico giudica 21 dei 22 imputati sani di mente. L’unica eccezione è Robert Ley, ex capo del Fronte tedesco del lavoro, colpito da una grave lesione cerebrale.
Gli altri prigionieri sono invece «spaventosamente normali»:
- Hans Frank, uomo colto, dedito all’arte e alla musica, è capace di confessare il senso di colpa della Germania.
- Alfred Rosenberg rivela «fanatismo e crudeltà» spostando sempre la conversazione verso la purezza razziale.
- Infine, il carismatico manipolatore Göring si dimostra deciso a essere ricordato come un grande uomo.
Così convinto della sua persona, l’ex Maresciallo del Reich lascia infine a Kelley l’oggetto più prezioso ancora in suo possesso: la sua firma.
MANIACI DEL LAVORO: LE RADICI DEL MALE
La ricerca di Douglas Kelley è rivelatrice: i dati mostrano QI medi o superiori alla media e l’assenza di gravi patologie psichiatriche.
La conclusione del medico, invece, è angosciante.
Lo psichiatra descrive infatti i prigionieri come maniaci del lavoro, opportunisti che non avrebbero esitato «a scavalcare la schiena di metà delle persone nel loro paese per soggiogare l’altra metà».
Non sono stati quindi dei mostri a plasmare il nazismo, ma persone sane. Uomini banali. Burocrati di un regime dell’orrore.
La parola passa allora ai giudici di Norimberga.
CREATURE DEL LORO AMBIENTE
Gli studi di Kelley anticipano un dibattito ancora attuale in criminologia: il male non come patologia individuale, ma come possibilità inscritta nell’ambiente socio-culturale.
I gerarchi nazisti erano infatti «creature del loro ambiente»: «uomini comuni con un potere straordinario», modellati da ideologia, cultura e un’estrema obbedienza all’autorità.
Non è un caso che proprio in quegli anni prenda inoltre forma il concetto di “genocidio”, una parola che — osserva Chiara Guida — «esprime la necessità di riconoscere pattern ricorrenti nella violenza collettiva».
Per Kelley la leadership nazista incarnava infatti una specifica personalità autoritaria: nazionalista e gerarchica. Un modello psicologico replicabile in qualsiasi contesto storico e geografico.
Negli anni ’40, tuttavia, queste conclusioni sono accolte con ostilità dall’opinione pubblica, più incline a credere che il Terzo Reich fosse il prodotto della follia. E non, quindi, dell’uso sapiente della psicologia delle masse.
Processo di Norimberga: cosa è successo ai 22 prigionieri?
«Tutta questa gente — avvocati, interpreti, segretari, guardie… — voleva lasciare Norimberga con la stessa urgenza con cui un paziente sotto trapano vuole alzarsi e lasciare la poltrona del dentista».
Così la giornalista britannica Rebecca West descrive il clima dell’aula del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga.
A presiedere questa Corte è il britannico Geoffrey Lawrence. L’accusa riunisce invece giudici e procuratori delle quattro potenze. Per gli Stati Uniti a guidare il team è Robert H. Jackson, le cui arringhe fanno storia.
Il processo si apre il 20 novembre 1945: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica portano così alla sbarra 22 alti dirigenti del Terzo Reich.
Dopo undici mesi di dibattimento, il 1°ottobre 1946 arrivano le sentenze: dodici condanne a morte, tre ergastoli, quattro pene detentive e tre assoluzioni. Le SS vengono inoltre dichiarate un’organizzazione criminale.
Due settimane dopo i verdetti, il 15 ottobre Hermann Göring si toglie la vita con una capsula di cianuro poco prima di essere giustiziato.
Il giorno seguente hanno invece luogo le esecuzioni per impiccagione: i corpi vengono cremati e le ceneri disperse in un fiume tedesco per evitare la nascita di luoghi di culto.
Si chiude così il primo processo di Norimberga. Ne seguiranno altri undici, con 185 imputati tra medici, giuristi, ufficiali delle SS, industriali e funzionari dello Stato nazista.
Il tragico epilogo dello psichiatra di Norimberga
«Se possiamo definire psicologicamente il male, possiamo assicurarci che qualcosa del genere non accada mai più», dice il Kelley cinematografico. Nella realtà, l’uomo non poteva immaginare il prezzo di quella ricerca.
Dopo aver scavato a fondo nella mente dei nazisti, Kelley non si riprenderà infatti mai del tutto: aveva sfiorato l’abisso con un dito, e tanto era bastato.
Nel 1958 il medico alla fine si suicida ingerendo del cianuro, lo stesso veleno usato dodici anni prima da Göring: un gesto che aveva definito «un finale abilissimo, persino brillante».
Eppure il suo lavoro non si è chiuso con lui.
Il processo di Norimberga ha contribuito infatti a «smontare una narrazione consolatoria»: l’idea che il nazismo fosse un episodio isolato di pazzi psicopatici.
Dal 1945 alle cronache contemporanee, il filo non si è però spezzato: Ruanda, Cambogia, Bosnia, Ucraina, Gaza. Il processo raccontato dal film è lo stesso che il mondo spera oggi di vedere applicato ai dittatori del presente.
Perché il male non appartiene al passato. E riconoscerlo, studiarlo e denunciarlo resta l’unica arma di cui disponiamo.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 21.12.2025
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Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.


