Nella serie, la caccia ventennale al serial killer di Perpignan (Francia) identificato grazie al Dna.
C’è una paura che accomuna tutti i genitori: non sapere cosa è successo ai propri figli. È questo il dramma che si nasconde dietro Il Mostro della Stazione, serie crime ispirata alla vera storia dell’assassino della città francese di Perpignan (in Occitania).
Le vittime di questo caso sono quattro donne scomparse tra il 1995 e il 2001 nel sud della Francia.
Dall’inizio, il sospetto è che nelle vie della città si muova un serial killer che prende di mira ragazze giovani, indipendenti e sole.
Il modus operandi sembra infatti seguire un disegno preciso: una mappa del male che conduce sempre alla stazione ferroviaria della città.
Per quasi due decenni la polizia non riesce però a comporre l’intero puzzle, né a dare un volto all’ombra che agisce indisturbata nel buio della notte. Finché, diciannove anni dopo, la scienza non riscrive la storia.
Nel 2014, grazie a un campione di DNA dell’epoca, gli investigatori identificano infatti l’assassino.
Disponibile su Disney+, Il Mostro della Stazione – The Lost Station Girls va però oltre il caso di cronaca nera: si trasforma in un atto d’accusa contro la violenza di genere.
I sei episodi mostrano infatti come dietro il mito del “predatore” non ci sia un genio del male, ma la banalità della violenza: un odio viscerale verso le donne, che un codice genetico ha reso visibile.
TRAMA E CAST DI “THE LOST STATION GIRLS”
È il dicembre 1997. In una fredda giornata d’inverno, la giovane agente Flore Robin (Camille Razat, nota per Emily in Paris) inizia la sua carriera nella polizia di Perpignan.
Affiancata dal capitano Franck Vidal (Hugo Becker) e dal detective Félix Sabueso (Patrick Timsit), la donna non può però immaginare che il suo primo caso si trasformerà in un incubo lungo vent’anni.
Robin seguirà infatti le tracce del cosiddetto Mostro della Stazione fino al 2014: un serial killer considerato responsabile della scomparsa di un’adolescente e dell’omicidio di tre giovani donne.
L’indagine diventerà inoltre per la detective una missione personale e un atto di giustizia verso Marie-Josée Andújar (Mélanie Doutey), madre della scomparsa e simbolo del dolore delle famiglie coinvolte.
Ideata da Gaëlle Bellan e diretta da Virginie Sauveur, The Lost Station Girls è stata girata tra Perpignan e Montpellier, mescolando realismo e tensione psicologica in un racconto intenso.
Il Mostro della Stazione: la recensione di un crime autentico
Dietro l’accuratezza della serie c’è la consulenza di Franck Martin, ispettore francese responsabile della cattura del noto “stupratore della Sambre”.
Grazie alla sua esperienza, il thriller riesce così a restituire la concretezza del lavoro di polizia: un equilibrio fragile tra burocrazia e umanità, tra metodo e dolore.
La lentezza narrativa non è quindi un difetto, ma una scelta registica precisa: serve a mostrare il tormento di un’indagine durata due decenni, fatta di errori, ripartenze e piste fugaci.
UN SERIAL KILLER SENZA ORPELLI
Come nota Wired, la serie rappresenta una risposta europea alle produzioni americane ossessionate dalla mente degli assassini — distaccandosene.
Il crime francese rifiuta infatti la fascinazione per il male e sceglie di mostrare l’assassino solo nell’ultima puntata: questa non è infatti la sua storia, ma quella delle vittime.
A completare il senso di oppressione, inoltre, c’è la fotografia: una tavolozza di grigi che avvolge commissariato e scene del crimine. Ma anche luci fredde che restituiscono il senso di sospensione che per vent’anni schiaccia Perpignan.
Il risultato è alla fine una narrazione a metà tra il documentario e il dramma umano.
Un titolo lucido e spietato, che mette infine a nudo anche le crepe sociali che permettono ai mostri di agire: dalla leggerezza delle autorità nel trattare gli stupri, all’indifferenza delle persone verso il prossimo.
La vera storia dietro il caso francese
Perpignan, Francia. Tra il 1995 e il 2001, la scomparsa di quattro giovani donne sconvolge la regione dell’Occitania: un mistero che per anni ne segnerà la storia.
Tutto comincia il 24 settembre 1995, quando Tatiana Andújar, 17 anni, sparisce dopo essere uscita di casa. Di lei non si troverà più nessuna traccia.
Il suo caso passa tuttavia inosservato, senza attirare troppo l’attenzione dei media.
Solo qualche anno più tardi, nuove tragedie riporteranno alla memoria il nome di questa vittima dimenticata.
L’IPOTESI DEL SERIAL KILLER
Il 21 dicembre 1997, Mokhtaria Chaïb (19 anni) scompare da Perpignan: il suo corpo viene ritrovato svestito e con segni di mutilazione agli organi genitali.
Sei mesi dopo, il 16 giugno 1998, un’altra ragazza sparisce nella stessa zona: si tratta di Marie-Hélène Gonzalez. La 22enne viene ritrovata nuda e con testa, mani e organi riproduttivi mutilati.
Col passare del tempo, quindi, la polizia individua inquietanti somiglianze tra questi due omicidi e la sparizione di Tatiana: le vittime sono infatti giovani, quasi coetanee e condividono tratti fisici molto simili.
C’è però un dettaglio che più di altri accumuna i tre casi: Tatiana, Mokhtaria e Marie-Hélène sono state viste l’ultima volta nel quartiere della stazione di Perpignan.
A quel punto, per inquirenti e stampa non ci sono più dubbi: tra i vicoli della città si aggira un serial killer.
INDAGINI INIZIALI E FALSE PISTE
All’inizio, la polizia pensa che solo mani esperte abbiano potuto compiere mutilazioni tanto precise: mani come quelle di un chirurgo.
Il primo sospettato è infatti il medico Andrés Avelino Palomino Barrios, chirurgo con una laurea ambigua. L’uomo è anche un frequentatore del Café Figuères, un bar a pochi passi dalla stazione.
Tuttavia, Barrios viene presto scagionato perché al momento di uno degli omicidi si trovava già in detenzione.
Il secondo sospettato è invece Esteban Reig, già in carcere per l’omicidio del suo coinquilino a Lione.
In prigione l’uomo confessa perfino due femminicidi compiuti proprio a Perpignan. La pista si rivela tuttavia infondata.
IL CASO DI FATIMA IDRAHOU
A stravolgere le ipotesi è il caso di Fatima Idrahou, cassiera di 23 anni scomparsa il 9 febbraio 2001.
La polizia trova il suo cadavere denudato sulle rive dell’Étang de Canet: questo particolare collega il delitto al Mostro di Perpignan.
Questa volta, però, l’assassino commette un grave errore: un testimone vede la ragazza salire sulla sua vettura.
La polizia arriva così presto al sospettato: Marc Delpech, che ammette subito di avere ucciso Fatima, dopo il rifiuto di un avance sessuale.
Oltre alla confessione, in casa sua gli inquirenti trovano inoltre indizi che lo collegano agli altri tre casi: ritagli di giornale sui delitti di Perpignan e l’abbozzo di un romanzo ispirato alla scomparsa di Tatiana.
Tutto torna, quindi. O almeno così pare.
A processo, infatti, l’uomo viene giudicato solo per l’omicidio di Fatima: condannato a trent’anni di reclusione, le altre vicende rimangono fuori dall’aula di tribunale.
La polizia è così costretta ad abbandonare l’unica idea fissa sul caso: secondo le prove, gli assassini in città sono in realtà almeno due.
JACQUES RANÇON, KILLER DI PERPIGNAN
La svolta decisiva arriva vent’anni dopo la scomparsa di Tatiana, grazie a un’arma silenziosa: la scienza.
Non la deduzione o un testimone oculare, quindi, ma l’evoluzione di genetica, informatica e banche dati criminali.
Nel 2013, infatti, un magistrato ordina di riesaminare una traccia parziale di DNA ritrovata sulle scarpe di Mokhtaria Chaïb: una prova conservata per anni negli archivi, ma inutilizzabile per via delle tecniche degli anni Novanta.
Le nuove metodologie di sequenziamento permettono invece di ricostruire il profilo parziale con precisione e di inserirlo nel FNAEG (Fichier National Automatisé des Empreintes Génétiques), il database genetico nazionale francese.
Ed è proprio nel cuore digitale della giustizia che avviene il match: il DNA corrisponde a quello di Jacques Rançon, 54 anni, magazziniere con precedenti per violenza sessuale e minacce di morte all’ex compagna.
LA CONDANNA DI RANÇON
Un frammento di DNA e un matrimonio numerico bastano per abbattere l’anonimato del Mostro della Stazione.
Il 16 ottobre 2014, Rançon viene infatti arrestato: l’uomo confessa prima l’omicidio di Mokhtaria Chaïb e poi quello di Marie-Hélène Gonzalez.
È invece escluso il suo coinvolgimento dal caso di Tatiana Andújar: nel 1995 l’uomo si trovava infatti in carcere.
Il 26 marzo 2018, dopo tre settimane di processo, la Corte d’Assise dei Pirenei Orientali condanna alla fine Jacques Rançon all’ergastolo, con un periodo minimo di sicurezza di 22 anni. Ma non è finita qui.
Nel 2019 l’uomo confessa l’omicidio di Isabelle Mesnage (1986). Per questo delitto riceve un secondo ergastolo.
Ciò nonostante, rimane una domanda: che fine ha fatto Tatiana? Il caso rimane purtroppo un cold case, tuttavia la giustizia non si è ancora arresa: nel 2022, infatti, il dossier è stato riaperto, dando un’ultima speranza alla sua famiglia.
La lezione della serie The Lost Station Girls
Il Mostro della Stazione non racconta soltanto la caccia a un assassino seriale: è il ritratto di una società che consente alla violenza di esistere, ripetersi e prosperare.
Ci sono infatti l’indifferenza dei testimoni e i pregiudizi di genere che rallentano le indagini. Come quando le vittime non sono considerate abbastanza pure, rispettabili o degne di attenzione per indagare.
C’è poi il victim blaming mediatico, che insinua sospetti sulle stesse donne che subiscono violenza.
Così, oltre a ricostruire il caso, la serie diventa anche una denuncia contro la società e il sensazionalismo dei media — un sistema che, troppo spesso, si trasforma in una bestia affamata di titoli.
Forse allora il vero mostro non si nascondeva solo tra le strade di Perpignan, ma anche nelle lenti con cui scegliamo ancora oggi di guardare la violenza di genere.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 15.11.2025
Il Mostro della Stazione: trailer della serie true crime di Disney+
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Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.


